Volevo mettere al corrente tutti gli appartenenti al gruppo, in particolar modo Francesco ed Elena, che si dovranno recare fra pochi giorni in Francia, di alcune mie riflessioni e bozze di suggerimenti, che spero potranno rivelarsi utili.
Innanzitutto, credo che una società europea della conoscenza sia possibile, se non altro per favorire lo scambio di idee in tutto il continente. Inoltre, la possibilità di coinvolgere le nuove generazioni consentirà al progetto di sopravvivere e irrobustirsi nel tempo.
Ho trovato di particolare interesse un articolo nel numero 479 di Le Scienze di luglio 2008 (nulla di complicato). Si parla di comunicazione della scienza, ed in particolar modo di una pratica chiamata Scienza 2.0, con la quale gli scienziati pubblicano on line risultati sperimentali e teorie nuove che chiunque può leggere e commentare. I critici rivendicano il rischio di plagio per ottenere riconoscimenti e brevetti che, come il dott. Beccari ci ha spiegato, sono la vera risorsa di un’azienda. Tuttavia, i più considerano queste pratiche open access un’ottima opportunità per rendere la ricerca più collaborativa e, quindi più produttiva. Dunque, l’idea calza a pennello nel momento in cui siamo chiamati a gettare le basi per una società europea della conoscenza: può, a mio parere, essere un collante per la comunità intera. Potenziali partecipanti a questi blog sono tutti i cittadini, dai più ai meno informati in materia. Inoltre il metodo risulterebbe alquanto flessibile, poiché applicabile a qualsiasi disciplina. Al momento sono al corrente solo di casi negli Stati Uniti, dove importanti università e centri di ricerca quali l’università di Harvard e il MIT hanno intrapreso questa forma di scambio riconoscendo i vantaggi della collaborazione fra menti. È un importante esempio di democrazia, che noi europei non dovremmo lasciarci scappare.
Un secondo suggerimento è quello di avvicinare maggiormente gli scienziati ai media. Ricerche portate a termine in Giappone e USA hanno dimostrato che la frequenza dei contatti fra i loro giornalisti e scienziati è aumentata negli ultimi tre anni. L’obiettivo è quello di responsabilizzare il pubblico (vedi incontro con Fabio Toscano) e renderlo più sensibile a temi importanti come la ricerca o la cultura in senso lato. Occorre essere disposti a rischiare, accostando il mondo scientifico a quello mediatico, occorre superare i primi attriti (spesso i ricercatori temono di essere citati dai giornalisti in maniera scorretta) perché il guadagno finale è molto maggiore.
mercoledì 8 ottobre 2008
Verbale dell'incontro con il prof. Pietro Greco
La tematica principale che il dottor Greco ha trattato in questo incontro è inerente al problema della comunicazione della scienza. Ma prima di giungere a parlare di scienza e conoscenza è stato fatto un breve excursus della storia dell’economia: l’uomo da sempre tenta di imbrigliare l’energia biochimica che è presente sul pianeta; con la rivoluzione industriale accanto al valore della materia prima è comparso quello del lavoro; ora, infine, ha avuto inizio una nuova fase caratterizzata dalla produzione di beni materiali e non. Ciò che conta è il grado di conoscenza che mettiamo in questi prodotti. “Il concetto di conoscenza – afferma il dottor Greco – è diverso da quello di informazione”. Negli ultimi anni gli investimenti della società nell’immateriale, e, quindi, nella conoscenza, sono aumentati. La stessa popolazione umana ha cambiato statuto ontologico a livello ecologico, trasformandosi in un attore ecologico globale. Inoltre è stimato che al mondo c’è più ricchezza di quanta ne sia mai stata prodotta nelle epoche precedenti, ma c’è anche una maggiore disuguaglianza nella ripartizione di tale ricchezza. Nella nostra società si producono beni con valori di scienza via via più alti.
Ed ecco un altro excursus, questa volta attraverso la storia della scienza e degli scienziati. Il modo di lavorare di questi ultimi si è evoluto nel corso del tempo. Nei secoli XVII e XVIII si trattava di un modo di lavorare dilettantesco. Non esisteva, cioè, una professione di scienziato. Una primo cambiamento è avvenuto nel XIX secolo, durante la cosiddetta “fase accademica”. Le accademie erano circoli che si sviluppavano al di fuori delle università, ma la scienza accademica, paradossalmente, veniva insegnata nelle università. Lo scienziato, dunque, era pagato per insegnare nelle università: lo Stato, all’epoca, assumeva i connotati di un mecenate. Poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, lo Stato iniziò a identificarsi nella figura del committente: basti pensare che negli USA, negli anni ’30, 1,5 miliardi di $ erano investiti in ricerca dallo Stato, 30 miliardi di $ negli anni ’50 e, infine, 330 miliardi oggigiorno. Grazie anche alla globalizzazione della conoscenza, nel mondo 1100 miliardi di $ sono investiti in ricerca ogni anno. Da questi dati è possibile trarre alcune conclusioni:
• Nel tempo è cambiato il rapporto tra scienza e società.
• Negli ultimi 10-15 anni per la prima volta la scienza ha cessato di essere un gioco che si svolge in Europa o tra Europa e Nord-America: si tratta di un gioco che si svolge in tutto il pianeta.
Addirittura, oggi è l’Asia il continente dove si investe di più in ricerca. L’Europa è scivolata al terzo posto nella classifica mondiale, investendo l’1,8% della ricchezza prodotta in ricerca, meno della media mondiale, che è pari al 2%.
La nostra vita è sempre più impregnata di scienza: la comunicazione tra il mondo degli scienziati e la società è diventato, ormai, un fatto di vita quotidiana. Comunicare col pubblico di non esperti è una necessità per lo scienziato. Per il pubblico si tratta di una necessità democratica per avere la possibilità di intervenire sui grandi processi scientifici. Ma chi controlla l’informazione scientifica? A scuola la cittadinanza scientifica è declinata in termini politici, sociali, culturali, economici. Ma il punto è la necessità di costruire una cittadinanza scientifica. Il dottor Greco ritiene che la scienza sia un’impresa sociale, collettiva, non solo cognitiva, che si basa sull’osservazione della natura da parte degli scienziati e sulla comunicazione della scienza. Come dice Paolo Rossi, “nel secolo XVII la comunità scientifica abbatte il paradigma della segretezza”. Da questo momento in poi ha inizio la comunicazione pubblica. E chi controlla quest’ultima? È doveroso citare Internet, che però in altre parti del mondo non è così diffuso come in Occidente. Ecco perché il monopolio della produzione della conoscenza è dominio di un’élite.
Per la costruzione della cittadinanza scientifica, anche al fine di promuovere la ricerca di base (curiosity driven), dunque, i mezzi di comunicazione di massa, anche per il loro livello culturale, non rappresentano la piazza ideale. In una società dove i media sono sempre più dipendenti dalla politica, la scuola, in primo luogo, ha il compito di abbattere le barriere tra le varie discipline, in modo da produrre una conoscenza interdisciplinare. La comunicazione mediatica, invece, potrà migliorare in virtù di una forte domanda sociale (Chiara Minotti).
Ed ecco un altro excursus, questa volta attraverso la storia della scienza e degli scienziati. Il modo di lavorare di questi ultimi si è evoluto nel corso del tempo. Nei secoli XVII e XVIII si trattava di un modo di lavorare dilettantesco. Non esisteva, cioè, una professione di scienziato. Una primo cambiamento è avvenuto nel XIX secolo, durante la cosiddetta “fase accademica”. Le accademie erano circoli che si sviluppavano al di fuori delle università, ma la scienza accademica, paradossalmente, veniva insegnata nelle università. Lo scienziato, dunque, era pagato per insegnare nelle università: lo Stato, all’epoca, assumeva i connotati di un mecenate. Poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, lo Stato iniziò a identificarsi nella figura del committente: basti pensare che negli USA, negli anni ’30, 1,5 miliardi di $ erano investiti in ricerca dallo Stato, 30 miliardi di $ negli anni ’50 e, infine, 330 miliardi oggigiorno. Grazie anche alla globalizzazione della conoscenza, nel mondo 1100 miliardi di $ sono investiti in ricerca ogni anno. Da questi dati è possibile trarre alcune conclusioni:
• Nel tempo è cambiato il rapporto tra scienza e società.
• Negli ultimi 10-15 anni per la prima volta la scienza ha cessato di essere un gioco che si svolge in Europa o tra Europa e Nord-America: si tratta di un gioco che si svolge in tutto il pianeta.
Addirittura, oggi è l’Asia il continente dove si investe di più in ricerca. L’Europa è scivolata al terzo posto nella classifica mondiale, investendo l’1,8% della ricchezza prodotta in ricerca, meno della media mondiale, che è pari al 2%.
La nostra vita è sempre più impregnata di scienza: la comunicazione tra il mondo degli scienziati e la società è diventato, ormai, un fatto di vita quotidiana. Comunicare col pubblico di non esperti è una necessità per lo scienziato. Per il pubblico si tratta di una necessità democratica per avere la possibilità di intervenire sui grandi processi scientifici. Ma chi controlla l’informazione scientifica? A scuola la cittadinanza scientifica è declinata in termini politici, sociali, culturali, economici. Ma il punto è la necessità di costruire una cittadinanza scientifica. Il dottor Greco ritiene che la scienza sia un’impresa sociale, collettiva, non solo cognitiva, che si basa sull’osservazione della natura da parte degli scienziati e sulla comunicazione della scienza. Come dice Paolo Rossi, “nel secolo XVII la comunità scientifica abbatte il paradigma della segretezza”. Da questo momento in poi ha inizio la comunicazione pubblica. E chi controlla quest’ultima? È doveroso citare Internet, che però in altre parti del mondo non è così diffuso come in Occidente. Ecco perché il monopolio della produzione della conoscenza è dominio di un’élite.
Per la costruzione della cittadinanza scientifica, anche al fine di promuovere la ricerca di base (curiosity driven), dunque, i mezzi di comunicazione di massa, anche per il loro livello culturale, non rappresentano la piazza ideale. In una società dove i media sono sempre più dipendenti dalla politica, la scuola, in primo luogo, ha il compito di abbattere le barriere tra le varie discipline, in modo da produrre una conoscenza interdisciplinare. La comunicazione mediatica, invece, potrà migliorare in virtù di una forte domanda sociale (Chiara Minotti).
Matematica e futuro: resoconto dell’incontro con Arrigo Amadori del 29-09-2008
Stimolare riflessione, curiosità, questo dovrebbe essere l’istinto base nella creazione di una società della conoscenza, ed è proprio questo che è stato fatto durante l’incontro con Arrigo Amadori, il 29/09/08 al liceo Scientifico di Forlì. Il concetto di base sul quale è ruotato in definitiva tutto l’incontro ed il dibattito successivo si può in qualche modo semplificare nel ruolo sempre più centrale assunto dalla matematica in una società fondata sulla tecnologia come quella odierna. Amadori afferma che pur senza rendercene conto siamo “immersi” in un mondo che pone le sue basi sulla matematica. Si nota per esempio come la matematica non sia scissa dalla vita quotidiana, dall’uomo stesso, in quanto si irraggia in una serie di collegamenti con il linguaggio(vengono infatti attivate le stesse aree cerebrali durante la loro applicazione), con la fisica(le teorie matematiche nascono da intuizioni pratiche e dall’osservazione della natura), con la tecnologia(basata sulla scienza a sua volta basata sulla matematica) e con l’organizzazione stessa di una società(la matematica nasce proprio con la necessità di regolare le attività umane). Lo spunto però più importante che ho colto dall’incontro è il carattere di sfida della matematica, la continua ricerca, un‘arma fondamentale nel futuro di una società della conoscenza che deve essere consapevole dei suoi limiti ma contemporaneamente non può che cercare di superarli, per esempio perfezionando una teoria come quella del caos che si prefigge di decifrare con regole matematiche fenomeni apparentemente caotici,privi di regole oppure con l’applicazione in campi sempre più vasti e differenti delle medesime regole,tramite il processo di astrazione,che è la potenza della matematica. Mi ha più di tutto stupito questa nuova visione della matematica, poiché in realtà in ambito scolastico il mio studio è stato totalmente ridotto ad acquisizione di formule vuote e prive di sostanza, di sfida, d’intuizione quando invece credo che la conoscenza,in questo caso di una scienza fondamentale come la matematica ma in generale in tutti gli ambiti, dovrebbe partire dallo stimolo di una curiosità e dalla consapevolezza di una concretezza presente e futura di questa. Alla fine dell’incontro,soddisfatta della nuova concezione di una matematica attiva e creativa,resta però lecito il dubbio sollevato da I.Zavatti; se il mondo fisico è fatto di matematica, e quindi l’uomo stesso è fatto matematica allora dove risiede la differenza che rende l’uomo superiore ad un semplice meccanicismo,ammesso che sia così?pur non sapendo rispondere con certezza rilancio la domanda/provocazione, se non altro per stimolare la curiosità,motore di ogni conoscenza.
Scarpellini Beatrice
Per chi fosse interessato questo è il link dove trovare la presentazione in power point dell’incontro:
http://www.arrigoamadori.com/cmc/MatematicaEFuturo/MatematicaEFuturo.ppt
Scarpellini Beatrice
Per chi fosse interessato questo è il link dove trovare la presentazione in power point dell’incontro:
http://www.arrigoamadori.com/cmc/MatematicaEFuturo/MatematicaEFuturo.ppt
Spunti di Arrigo Monti per i 20 suggerimenti nati da provocazioni riguardo l'Europa
Alla luce del materiale raccolto durante le conferenze a cui abbiamo partecipato ritengo opportuno passare alla fase più concreta del progetto, la stesura dei 20 suggerimenti, o quantomeno farne un loro abbozzo in modo da poter portare a termine il compito celermente al ritorno di Elena e Francesco da Parigi. Personalmente credo che negli incontri a noi proposti siano stati presentati argomenti di stretta attinenza con il nostro progetto, alla stesso tempo però reputo che ai fini di un progetto con ricaduta europea forse sarebbe stato meglio parlare più spesso di “Europa” piuttosto che fossilizzare il nostro interesse all’ambito italiano. Del resto i suggerimenti servono per costruire una società europea della conoscenza. Certo parlare dell’Italia è sempre e comunque interessante ma preferirei tentare di definire il ruolo che ha oggi l’Europa per noi giovani, lanciando alcune provocazioni utili per la definizione dei 20 suggerimenti. A mio parere lo spirito del progetto è proprio questo, favorire attraverso un meeting in Francia l’incontro fra i ragazzi che un giorno dovranno sostenere o battersi contro un’idea di Europa. Ma cosa ne pensiamo noi oggi dell’Europa? Cosa rappresenta per noi l’Europa? E’ ancora un ideale? Su questo tema non ci siamo soffermati sufficientemente. Oggi ci sentiamo davvero cittadini europei? Se no come possiamo pensare di costruire una società della conoscenza basata su un’entità costituitasi puramente per finalità economiche e commerciali? Non temiamo che “allargando” troppo l’Europa se ne perda la nitidezza dei confini? C’è bisogno oggi di acquisire una coscienza europea? L’Europa ha ancora appeal sui giovani? A mio parere si e no: si perché sentiamo che l’Italia non è abbastanza, no perché spesso la percepiamo come un’entità politica fantasma efficace solo quando si tratta di economia. In effetti non mi sento neanche particolarmente cittadino europeo né penso di avere una coscienza europea e questo è sicuramente un limite che devo, come tutti, valicare per trovarmi perfettamente a mio agio nella situazione che vivrò in Francia. Alcuni ritengono che tanto scetticismo nei confronti dell’Europa sia da attribuire ad un impoverimento dell’ente, di conseguenza ci “disaffezioniamo”. Luciano Bardi, docente dell’università di Pisa che è intervenuto nell’arco di una conferenza svoltasi alla settimana d’orientamento per l’università Sant’Anna, ritiene che sia necessario sopperire ai problemi creati dall’allargamento massiccio dei confini dell’Europa intervenendo drasticamente finanche a creare diverse classi di adesione degli stati membri all’unione europea. La professoressa Loretoni vede invece l’allargamento dell’Europa positivamente poiché ritiene possa favorire una situazione di maggiore stabilità e pace. In qualunque caso il nostro compito è quello di dimostrare la possibilità di una costruzione si una società europea della conoscenza ma per farlo dobbiamo necessariamente credervi. Noi dobbiamo porre le basi per un confronto aperto che consenta agli stati europei di creare un’unione più salda e duratura fra essi, un’unione non solo economica ma anche politica e soprattutto culturale e questo progetto ce ne offre la possibilità. Questo è lo scopo di una società europea della conoscenza che, come mi ha personalmente detto la Loretoni, non può altro che fare affidamento sui giovani, il suo fondamento.
Verbale dell'incontro con la d.ssa Catherine Hamon
On 22 of September we met Catherine Hammon, who gave a talk open to debate entitled “disorganize our knowledge making it creative”. During the debate she raised a number of points, one of the most important being the confrontation between adolescence and pregnancy. The core points are outlined below:
• Disorientation during pregnancy and adolescence
• The fear of confronting and being confronted by other people
• Positive aggressivity leads to desire for knowledge in both infancy and adolescence
• The importance of stimulating natural curiosity
Moreover Catherin Hammon pointed out that knowledge is the m of the following:
• Knowing our self
• Knowing others
• Creating a ink between our knowledge and hose of others
• Self awareness creates the ability to be aware of others (it’s impossible to “touch” the other without being touched)
The final two points made were related o emotion and motivation:
• Every field of knowledge is influenced from an emotive point of view
• Motivation plays an important role in stimulating curiosity
All the above mentioned points gave an interesting prospective on the approach to the interdisciplinary learning. It’s a question of knowledge, curiosity and motivation (Cecilia Sereni Lucarelli).
• Disorientation during pregnancy and adolescence
• The fear of confronting and being confronted by other people
• Positive aggressivity leads to desire for knowledge in both infancy and adolescence
• The importance of stimulating natural curiosity
Moreover Catherin Hammon pointed out that knowledge is the m of the following:
• Knowing our self
• Knowing others
• Creating a ink between our knowledge and hose of others
• Self awareness creates the ability to be aware of others (it’s impossible to “touch” the other without being touched)
The final two points made were related o emotion and motivation:
• Every field of knowledge is influenced from an emotive point of view
• Motivation plays an important role in stimulating curiosity
All the above mentioned points gave an interesting prospective on the approach to the interdisciplinary learning. It’s a question of knowledge, curiosity and motivation (Cecilia Sereni Lucarelli).
Un suggerimento proposto da Luca Versari
Ora, in luce di queste considerazioni (vedere verbale dell'incontro con il dott. Wainer Zoli) mi verrebbe in mente un possibile punto su cui impostare uno dei suggerimenti che dovremo consegnare tra poco. Non sarebbe necessario promuovere molto più la sensibilizzazione della comunità alla spontanea offerta di un piccolo contributo economico attraverso il quale sostenere la ricerca di coloro che scelgono di affrontare settori poco praticati, ma non per questo meno importanti, e quindi favorire una sorta di ricerca più libera?
Verbale dell'incontro con il dott. Wainer Zoli
Martedì 7 ottobre si è svolta presso il liceo scientifico di Forlì la conferenza-dibattito tenuta dal Dott.Wainer Zoli, ricercatore dell’IRST(istituto scientifico romagnolo per lo studio e la cura dei tumori), sul tema della ricerca medica. Il professore ha esordito definendo subito la ricerca scientifica come un processo sistematico che si prefigge di scoprire, interpretare e revisionare fatti, eventi, teorie o comportamenti e successivamente l’applicazione in campo pratico dei risultati ottenuti, ha affermato inoltre che la ricerca scientifica è praticata ed è fondamentale in qualsiasi campo della scienza. Durante l’incontro è stata affrontata nello specifico la ricerca scientifica in campo medico, essa ha finalità conoscitive ed applicative che variano a seconda delle emergenze sanitarie a cui si va incontro per questo è necessario dividerla in varie fasi che rendano migliore l’organizzazione del lavoro e focalizzino lo stesso su una settore ben definito del problema in questione; i vari livelli della ricerca scientifica medica sono:
- Ricerca epidemiologica
Essa ha il compito di stabilire quali e dove siano i problemi e si sviluppa analizzando qualsiasi situazione anomala all’interno di una popolazione per riuscire in questo modo a captare il possibile problema su cui concentrarsi (es. analisi del tipo di mortalità dal 1900 a oggi)
- Ricerca di base
Si cerca di stabilire le possibili cause e i fattori determinanti l’origine del problema in questione.
- Ricerca traslazionale
Questo settore è dedicato al trasferimento della ricerca in campo sperimentale al campo applicativo, si tratta perciò di concretizzare il lavoro fatto a livello teorico trasferendolo sul piano pratico. Alcune delle pratiche molto note associate alla ricerca traslazionale sono la diagnosi prenatale che permette di prevedere eventuali malattie genetiche del feto e la sorveglianza di una malattia gia manifestatasi.
- Ricerca clinica
Consiste nella applicazione effettiva sperimentale su grande scala(es. terapia genica, ovvero un trasferimento di materiale genetico per curare o prevenire l’insorgere di una malattia attraverso l’utilizzo di vettori virali o non virali)
La fase più interessante della conferenza è stata senza dubbio l’elencazione dei vari presupposti che rendono possibile la ricerca perché essa è condizionata più di quanto non possa sembrare ed è influenzata da una serie di elementi che la rendono più o meno efficace. Lo stesso Dott.Zoli ha definito la ricerca come una attività molto scomoda per chi la esercita proprio per la presenza di queste condizioni di base necessarie per portare a termine o comunque sviluppare la ricerca scientifica. I presupposti fondamentali sono: fondi economici, libertà, dubbi, condivisione, curiosità. La curiosità è un elemento prettamente soggettivo così come la necessità di imporsi continuamente delle domande su ciò che si sta studiando, esse dipendono da ricercatore a ricercatore ma nonostante rappresentino i presupposti forse meno influenzanti a livello quantitativo la ricerca la condizionano invece profondamente a livello qualitativo, infatti un ricercatore arrogante e presuntuoso non potrà mai incrementare il livello della sua ricerca perché non si porrà mai dei dubbi riguardo alla sua teoria. Anche la condivisione ha un grande valore dato che la comunicazione del proprio sapere con quello altrui è un utilissimo metodo per poter migliorare il proprio lavoro correggendolo o incrementandolo. Naturalmente per condividere è necessario uno strumento comunicativo unificato che nel caso della ricerca medica attuale è la lingua inglese. Infine ,ultimi ma non di minore importanza, fondi economici e libertà, essi sono strettamente collegati dato che l’uno influenza l’altro. L’elemento più importante tra quelli elencati in precedenza è sicuramente la disponibilità economica, siccome un ricercatore per sviluppare la sua ricerca ha la necessità di strumenti e materiali a volte molto costosi è costretto se ne dispone ad attingere da un sostanzioso capitale personale( circostanza molto improbabile ) o fare affidamento su un ente che lo possa appoggiare; la alternativa più praticata attualmente è la seconda ma questo provoca, a parte alcuni casi particolari, un effetto estremamente negativo sulla ricerca: la mancanza di libertà del ricercatore. Al giorno d’oggi infatti le grandi imprese farmaceutiche forniscono sì fondi economici ai ricercatori ma per approfondire determinati campi che loro stesse stabiliscono e le possibilità di sconfinare in altri settori è molto limitata. In Italia il problema dello scarso investimento economico nella ricerca è di fondamentale rilevanza così come quello dello scarso utilizzo della lingua inglese rispetto alla media di molti altri paesi europei che compromette la condivisione principalmente con i cittadini (Luca Versari)
- Ricerca epidemiologica
Essa ha il compito di stabilire quali e dove siano i problemi e si sviluppa analizzando qualsiasi situazione anomala all’interno di una popolazione per riuscire in questo modo a captare il possibile problema su cui concentrarsi (es. analisi del tipo di mortalità dal 1900 a oggi)
- Ricerca di base
Si cerca di stabilire le possibili cause e i fattori determinanti l’origine del problema in questione.
- Ricerca traslazionale
Questo settore è dedicato al trasferimento della ricerca in campo sperimentale al campo applicativo, si tratta perciò di concretizzare il lavoro fatto a livello teorico trasferendolo sul piano pratico. Alcune delle pratiche molto note associate alla ricerca traslazionale sono la diagnosi prenatale che permette di prevedere eventuali malattie genetiche del feto e la sorveglianza di una malattia gia manifestatasi.
- Ricerca clinica
Consiste nella applicazione effettiva sperimentale su grande scala(es. terapia genica, ovvero un trasferimento di materiale genetico per curare o prevenire l’insorgere di una malattia attraverso l’utilizzo di vettori virali o non virali)
La fase più interessante della conferenza è stata senza dubbio l’elencazione dei vari presupposti che rendono possibile la ricerca perché essa è condizionata più di quanto non possa sembrare ed è influenzata da una serie di elementi che la rendono più o meno efficace. Lo stesso Dott.Zoli ha definito la ricerca come una attività molto scomoda per chi la esercita proprio per la presenza di queste condizioni di base necessarie per portare a termine o comunque sviluppare la ricerca scientifica. I presupposti fondamentali sono: fondi economici, libertà, dubbi, condivisione, curiosità. La curiosità è un elemento prettamente soggettivo così come la necessità di imporsi continuamente delle domande su ciò che si sta studiando, esse dipendono da ricercatore a ricercatore ma nonostante rappresentino i presupposti forse meno influenzanti a livello quantitativo la ricerca la condizionano invece profondamente a livello qualitativo, infatti un ricercatore arrogante e presuntuoso non potrà mai incrementare il livello della sua ricerca perché non si porrà mai dei dubbi riguardo alla sua teoria. Anche la condivisione ha un grande valore dato che la comunicazione del proprio sapere con quello altrui è un utilissimo metodo per poter migliorare il proprio lavoro correggendolo o incrementandolo. Naturalmente per condividere è necessario uno strumento comunicativo unificato che nel caso della ricerca medica attuale è la lingua inglese. Infine ,ultimi ma non di minore importanza, fondi economici e libertà, essi sono strettamente collegati dato che l’uno influenza l’altro. L’elemento più importante tra quelli elencati in precedenza è sicuramente la disponibilità economica, siccome un ricercatore per sviluppare la sua ricerca ha la necessità di strumenti e materiali a volte molto costosi è costretto se ne dispone ad attingere da un sostanzioso capitale personale( circostanza molto improbabile ) o fare affidamento su un ente che lo possa appoggiare; la alternativa più praticata attualmente è la seconda ma questo provoca, a parte alcuni casi particolari, un effetto estremamente negativo sulla ricerca: la mancanza di libertà del ricercatore. Al giorno d’oggi infatti le grandi imprese farmaceutiche forniscono sì fondi economici ai ricercatori ma per approfondire determinati campi che loro stesse stabiliscono e le possibilità di sconfinare in altri settori è molto limitata. In Italia il problema dello scarso investimento economico nella ricerca è di fondamentale rilevanza così come quello dello scarso utilizzo della lingua inglese rispetto alla media di molti altri paesi europei che compromette la condivisione principalmente con i cittadini (Luca Versari)
Verbale dell'incontro con il dott. Wainer Zoli
Martedì 7 ottobre si è svolta presso il liceo scientifico di Forlì la conferenza-dibattito tenuta dal Dott.Wainer Zoli, ricercatore dell’IRST(istituto scientifico romagnolo per lo studio e la cura dei tumori), sul tema della ricerca medica. Il professore ha esordito definendo subito la ricerca scientifica come un processo sistematico che si prefigge di scoprire, interpretare e revisionare fatti, eventi, teorie o comportamenti e successivamente l’applicazione in campo pratico dei risultati ottenuti, ha affermato inoltre che la ricerca scientifica è praticata ed è fondamentale in qualsiasi campo della scienza. Durante l’incontro è stata affrontata nello specifico la ricerca scientifica in campo medico, essa ha finalità conoscitive ed applicative che variano a seconda delle emergenze sanitarie a cui si va incontro per questo è necessario dividerla in varie fasi che rendano migliore l’organizzazione del lavoro e focalizzino lo stesso su una settore ben definito del problema in questione; i vari livelli della ricerca scientifica medica sono:
- Ricerca epidemiologica
Essa ha il compito di stabilire quali e dove siano i problemi e si sviluppa analizzando qualsiasi situazione anomala all’interno di una popolazione per riuscire in questo modo a captare il possibile problema su cui concentrarsi (es. analisi del tipo di mortalità dal 1900 a oggi)
- Ricerca di base
Si cerca di stabilire le possibili cause e i fattori determinanti l’origine del problema in questione.
- Ricerca traslazionale
Questo settore è dedicato al trasferimento della ricerca in campo sperimentale al campo applicativo, si tratta perciò di concretizzare il lavoro fatto a livello teorico trasferendolo sul piano pratico. Alcune delle pratiche molto note associate alla ricerca traslazionale sono la diagnosi prenatale che permette di prevedere eventuali malattie genetiche del feto e la sorveglianza di una malattia gia manifestatasi.
- Ricerca clinica
Consiste nella applicazione effettiva sperimentale su grande scala(es. terapia genica, ovvero un trasferimento di materiale genetico per curare o prevenire l’insorgere di una malattia attraverso l’utilizzo di vettori virali o non virali)
La fase più interessante della conferenza è stata senza dubbio l’elencazione dei vari presupposti che rendono possibile la ricerca perché essa è condizionata più di quanto non possa sembrare ed è influenzata da una serie di elementi che la rendono più o meno efficace. Lo stesso Dott.Zoli ha definito la ricerca come una attività molto scomoda per chi la esercita proprio per la presenza di queste condizioni di base necessarie per portare a termine o comunque sviluppare la ricerca scientifica. I presupposti fondamentali sono: fondi economici, libertà, dubbi, condivisione, curiosità. La curiosità è un elemento prettamente soggettivo così come la necessità di imporsi continuamente delle domande su ciò che si sta studiando, esse dipendono da ricercatore a ricercatore ma nonostante rappresentino i presupposti forse meno influenzanti a livello quantitativo la ricerca la condizionano invece profondamente a livello qualitativo, infatti un ricercatore arrogante e presuntuoso non potrà mai incrementare il livello della sua ricerca perché non si porrà mai dei dubbi riguardo alla sua teoria. Anche la condivisione ha un grande valore dato che la comunicazione del proprio sapere con quello altrui è un utilissimo metodo per poter migliorare il proprio lavoro correggendolo o incrementandolo. Naturalmente per condividere è necessario uno strumento comunicativo unificato che nel caso della ricerca medica attuale è la lingua inglese. Infine ,ultimi ma non di minore importanza, fondi economici e libertà, essi sono strettamente collegati dato che l’uno influenza l’altro. L’elemento più importante tra quelli elencati in precedenza è sicuramente la disponibilità economica, siccome un ricercatore per sviluppare la sua ricerca ha la necessità di strumenti e materiali a volte molto costosi è costretto se ne dispone ad attingere da un sostanzioso capitale personale( circostanza molto improbabile ) o fare affidamento su un ente che lo possa appoggiare; la alternativa più praticata attualmente è la seconda ma questo provoca, a parte alcuni casi particolari, un effetto estremamente negativo sulla ricerca: la mancanza di libertà del ricercatore. Al giorno d’oggi infatti le grandi imprese farmaceutiche forniscono sì fondi economici ai ricercatori ma per approfondire determinati campi che loro stesse stabiliscono e le possibilità di sconfinare in altri settori è molto limitata. In Italia il problema dello scarso investimento economico nella ricerca è di fondamentale rilevanza così come quello dello scarso utilizzo della lingua inglese rispetto alla media di molti altri paesi europei che compromette la condivisione principalmente con i cittadini (Luca Versari)
- Ricerca epidemiologica
Essa ha il compito di stabilire quali e dove siano i problemi e si sviluppa analizzando qualsiasi situazione anomala all’interno di una popolazione per riuscire in questo modo a captare il possibile problema su cui concentrarsi (es. analisi del tipo di mortalità dal 1900 a oggi)
- Ricerca di base
Si cerca di stabilire le possibili cause e i fattori determinanti l’origine del problema in questione.
- Ricerca traslazionale
Questo settore è dedicato al trasferimento della ricerca in campo sperimentale al campo applicativo, si tratta perciò di concretizzare il lavoro fatto a livello teorico trasferendolo sul piano pratico. Alcune delle pratiche molto note associate alla ricerca traslazionale sono la diagnosi prenatale che permette di prevedere eventuali malattie genetiche del feto e la sorveglianza di una malattia gia manifestatasi.
- Ricerca clinica
Consiste nella applicazione effettiva sperimentale su grande scala(es. terapia genica, ovvero un trasferimento di materiale genetico per curare o prevenire l’insorgere di una malattia attraverso l’utilizzo di vettori virali o non virali)
La fase più interessante della conferenza è stata senza dubbio l’elencazione dei vari presupposti che rendono possibile la ricerca perché essa è condizionata più di quanto non possa sembrare ed è influenzata da una serie di elementi che la rendono più o meno efficace. Lo stesso Dott.Zoli ha definito la ricerca come una attività molto scomoda per chi la esercita proprio per la presenza di queste condizioni di base necessarie per portare a termine o comunque sviluppare la ricerca scientifica. I presupposti fondamentali sono: fondi economici, libertà, dubbi, condivisione, curiosità. La curiosità è un elemento prettamente soggettivo così come la necessità di imporsi continuamente delle domande su ciò che si sta studiando, esse dipendono da ricercatore a ricercatore ma nonostante rappresentino i presupposti forse meno influenzanti a livello quantitativo la ricerca la condizionano invece profondamente a livello qualitativo, infatti un ricercatore arrogante e presuntuoso non potrà mai incrementare il livello della sua ricerca perché non si porrà mai dei dubbi riguardo alla sua teoria. Anche la condivisione ha un grande valore dato che la comunicazione del proprio sapere con quello altrui è un utilissimo metodo per poter migliorare il proprio lavoro correggendolo o incrementandolo. Naturalmente per condividere è necessario uno strumento comunicativo unificato che nel caso della ricerca medica attuale è la lingua inglese. Infine ,ultimi ma non di minore importanza, fondi economici e libertà, essi sono strettamente collegati dato che l’uno influenza l’altro. L’elemento più importante tra quelli elencati in precedenza è sicuramente la disponibilità economica, siccome un ricercatore per sviluppare la sua ricerca ha la necessità di strumenti e materiali a volte molto costosi è costretto se ne dispone ad attingere da un sostanzioso capitale personale( circostanza molto improbabile ) o fare affidamento su un ente che lo possa appoggiare; la alternativa più praticata attualmente è la seconda ma questo provoca, a parte alcuni casi particolari, un effetto estremamente negativo sulla ricerca: la mancanza di libertà del ricercatore. Al giorno d’oggi infatti le grandi imprese farmaceutiche forniscono sì fondi economici ai ricercatori ma per approfondire determinati campi che loro stesse stabiliscono e le possibilità di sconfinare in altri settori è molto limitata. In Italia il problema dello scarso investimento economico nella ricerca è di fondamentale rilevanza così come quello dello scarso utilizzo della lingua inglese rispetto alla media di molti altri paesi europei che compromette la condivisione principalmente con i cittadini (Luca Versari)
Verbale dell'incontro con il dott. Francesco Beccari
Il 30 settembre abbiamo incontrato nel nostro Liceo il dottor Francesco Beccari, dipendente di Centuria RIT. Centuria RIT è un parco scientifico-tecnologico, ovvero un luogo in cui si produce tecnologia o la si gestisce se prodotta da terzi. In pratica si favorisce il dialogo fra chi produce tecnologia e chi la applica, secondo il modello sorto negli Stati Uniti cinquant’anni fa. Beccari ha sottolineato come il dialogo fra ricerca e impresa sia il fondamento per qualsiasi attività che possa portare qualche sviluppo per il territorio. Le imprese dovrebbero infatti interagire fra loro e con le risorse. Il problema nasce nel momento in cui queste non hanno i fondi necessari per investire in ricerca e sviluppo; l’innovazione può essere infatti prodotta internamente oppure ricercata. In realtà dovrebbero essere consapevoli che la vera ricchezza di un’impresa sta nella conoscenza accresciuta negli anni all’interno del territorio, il cosiddetto valore intangibile. Per questo motivo risulta fondamentale il rapporto con le università ed altri centri di ricerca. Centuria RIT nasce proprio dall’esigenza delle imprese di facilitare il dialogo con chi offre tecnologia. Concretamente, il compito del parco è quello di ricevere una richiesta da un’azienda, diffonderla capillarmente ai propri contatti (enti di ricerca ed università), fino a trovare i partner commerciali che soddisfano il bisogno iniziale. Beccari ci ha infine consigliato uno dei possibili suggerimenti pratici da consegnare ai commissari europei francesi: favorire la conoscenza scientifica all’interno del nostro territorio, per responsabilizzare la cittadinanza (Arrigo Monti & Lorenzo Valzania).
Verbale dell'incontro con il dott. Fabio Toscano
Il 24 settembre abbiamo incontrato alla sala Endas di Cesena il dottor Fabio Toscano della “Nuova civiltà delle macchine”, come terzo dibattito nell’ambito del progetto “I giovani europei nella costruzione di una società della conoscenza”. Si è principalmente discusso dell’importanza della comunicazione della scienza alla società sia nel passato che nel presente. Tanto ieri quanto oggi il problema è come gestire l’informazione scientifica per garantirne la qualità e una radicale diffusione. Nell’ottocento per quanto riguarda l’Italia questa era limitata al solo Nord, mentre al Sud prevaleva un interesse di tipo letterario. D’altra parte negli altri stati europei venivano invece usati metodi di diffusione che mostravano in Francia la scienza come una disciplina appassionante e divertente, mentre in Inghilterra come un qualcosa di utile alla società. I metodi di divulgazione scientifica in Italia non si sono sviluppati da un secolo a questa parte perché la scienza spesso non viene considerata come vera cultura. Nasce dunque il bisogno di rendere più importante e frequente il rapporto scienza-pubblico ormai mediato dai mass-media che non sono oggi in grado di garantire un’informazione seria che vada oltre lo scoop popolare. Dopo una prima dissertazione di Fabio Toscano è seguito il confronto con noi ragazzi. Il problema si è spostato sulla pubblicazione di riviste a carattere divulgativo scientifico. Se in America già dalla metà del diciannovesimo secolo “Scientific American” deteneva il monopolio dell’alta informazione scientifica, in Italia ancora oggi non si è trovato un compromesso tra riviste altamente specializzate, come “Le scienze” e riviste prettamente commerciali, come “Focus”. Si tratta dunque di trovare un giusto livello e linguaggio di comunicazione che non cada nel semplicismo e nel banale ma che comunque sia in grado di avvicinare le persone alla scienza. Nondimeno gli stessi cittadini dovrebbero riconoscere come loro dovere civico approcciarsi alla conoscenza scientifica (Lorenzo Valzania & Arrigo Monti).
Suggerimenti: due proposte di Giulia Guidazzi
1- AMBIENTE: io credo che , per una buona riuscita della costruzione della città della conoscenza, sia necessario la salvaguardia dell' ambiente in cui viviamo.
Lo smog, l' effetto serra e l' inquinamento, oltre a provocare disastri naturali che distruggono città e villaggi, danneggiano gravemente il nostro patrimonio artistico, non conservato in musei o gallerie. Ancora non abbiamo tenuto conferenze sul clima, ma appena avrò avuto maggiori dettagli da questi incontri, potrei formulare un suggerimento meno vago. =)
2-CONOSCENZA: il problema della conoscenza e anche dell' educazione è sorto in quasi tutte le conferenze. Una conoscenza migliore della scienza, della medicina, delle neuroscienze, degli argomenti di attualità aiuterebbe la gente ad essere maggiormente informata e consapevole di che cosa potrebbe accadere o di ciò che già sta succedendo in questi ambiti. Perciò io proporrei di migliorare la diffusione di una conoscenza corretta ed obiettiva, non sò, tipo aumentando le pagine di cutura/scienza nei quotidiani accessibili a tutti, trattando di questi argomenti nelle scuole pubblice e private, di incentivare la diffusione di programmi televisivi e radiofonici che affrontino questi argomenti in un modo "leggero" (non noioso), ma diretto e chiaro. Io penso che la conoscenza non debba appartenere a un gruppo ristretto di persone, ma che debba arrivare a tutti, anche a quelli che hanno più difficoltà, perchè , sono sicura, questa li aiuterebbe a migliorare la loro condizione.
Lo smog, l' effetto serra e l' inquinamento, oltre a provocare disastri naturali che distruggono città e villaggi, danneggiano gravemente il nostro patrimonio artistico, non conservato in musei o gallerie. Ancora non abbiamo tenuto conferenze sul clima, ma appena avrò avuto maggiori dettagli da questi incontri, potrei formulare un suggerimento meno vago. =)
2-CONOSCENZA: il problema della conoscenza e anche dell' educazione è sorto in quasi tutte le conferenze. Una conoscenza migliore della scienza, della medicina, delle neuroscienze, degli argomenti di attualità aiuterebbe la gente ad essere maggiormente informata e consapevole di che cosa potrebbe accadere o di ciò che già sta succedendo in questi ambiti. Perciò io proporrei di migliorare la diffusione di una conoscenza corretta ed obiettiva, non sò, tipo aumentando le pagine di cutura/scienza nei quotidiani accessibili a tutti, trattando di questi argomenti nelle scuole pubblice e private, di incentivare la diffusione di programmi televisivi e radiofonici che affrontino questi argomenti in un modo "leggero" (non noioso), ma diretto e chiaro. Io penso che la conoscenza non debba appartenere a un gruppo ristretto di persone, ma che debba arrivare a tutti, anche a quelli che hanno più difficoltà, perchè , sono sicura, questa li aiuterebbe a migliorare la loro condizione.
martedì 7 ottobre 2008
Pannelli di Germania, Belgio e Austria
Pannello Tedesco
Per quanto riguarda il pannello tedesco, esso è praticamente privo di ogni documento e di ogni informazione.
Pannello del Belgio
Il pannello del Belgio è privo di elaborati scritti dai ragazzi. Nella sezione “documenti esterni” è presente un estratto da “I sette saperi necessari all'educazione futura” di Edgar Morin, “Il dialogo dei saperi” di Georges Thill, e “Désenclaver l’école” di Christophe Derenne, Anne-françoise Gailly, Jacques Liesenborghs.
Pannello Austriaco
10 giovani con le seguenti caratteristiche: 5 maschi e 5 femmine; età dai 16 ai 23; 4 sono immigrati; 3 giovani vengono dalla parte est (Vienna) mentre 7 giovani dalla parte ovest (Innsbruck).

Per quanto riguarda il pannello tedesco, esso è praticamente privo di ogni documento e di ogni informazione.
Pannello del Belgio
Il pannello del Belgio è privo di elaborati scritti dai ragazzi. Nella sezione “documenti esterni” è presente un estratto da “I sette saperi necessari all'educazione futura” di Edgar Morin, “Il dialogo dei saperi” di Georges Thill, e “Désenclaver l’école” di Christophe Derenne, Anne-françoise Gailly, Jacques Liesenborghs.
Pannello Austriaco
10 giovani con le seguenti caratteristiche: 5 maschi e 5 femmine; età dai 16 ai 23; 4 sono immigrati; 3 giovani vengono dalla parte est (Vienna) mentre 7 giovani dalla parte ovest (Innsbruck).

- Argomenti principali:
definizione del termine “società basata sulla conoscenza”, cosa implica nel contesto Ue, cosa ha a che fare con i giovani e in quale modo essi sono colpiti e possono partecipare. - Riflessione sul fenomeno del cambiamento globale, con riferimento al traffico e all'energia.
- Il sistema politico francese, al fine di essere a conoscenza dell'organizzazione infrastrutturale durante la settimana della scienza.
- Introduzione alla Ce e alle sue istituzioni.
Riflessione sull'inserimento delle persone che hanno una provenienza straniera e che quindi sono immigrati nel sistema educativo soffermandosi sui problemi che essi devono affrontare e su una possibile risoluzione di essi. - Introduzione del concetto: “gender mainstreaming”. Riporto chiarimenti estrapolati da web:
Il principio di gender mainstreaming consiste nell'adeguata considerazione delle differenze esistenti tra le situazioni di vita, le esigenze e gli interessi rispettivamente degli uomini e delle donne, in tutti i programmi e gli interventi economici e sociali. Tutti i programmi e le misure da adottare devono pertanto conformarsi all'obiettivo della parità tra uomini e donne ed essere valutati in base agli effetti che producono sul rapporto di genere.L'obiettivo primario è quello di promuovere l'equità tra i generi. Esso quindi è:
una strategia politico-sociale volta alla promozione delle pari opportunità per uomini e donne;
un processo che può essere avviato ed implementato a diversi livelli (politica, economia, organizzazioni, istituzioni varie quali scuole, enti o strutture formative ecc.);
viene attuato con strumenti e metodi diversi che dovrebbero essere di volta in volta adeguati al contesto di riferimento (elaborazione di metodi adeguati per l'analisi di genere, formulazione di obiettivi di parità, formazione dei collaboratori, metodi di insegnamento sensibili alle specificità di genere, ecc.).
Ecco cosa è emerso, ed è stato riportato sul panel web dall'Austria:
- nella discussione sull'ambiente si è parlato: vantaggi e svantaggi nel traffico, bio combustibili e i loro problemi, il transito e i suoi problemi del Tirolo, inquinamento, energia rinnovabile.
- nella definizione di Società Europea della conoscenza è emerso che essa è una società che abbia come finalità di garantire al numero maggiore di persone la miglior educazione possibile. Bisogna, quindi e inoltre, combattere l'analfabetismo. Inoltre è ambito l'aumento della percentuale di persone bene istruite e della percentuale di scienza e ricerca.
- ragazzi con difficili situazioni di partenza faticano ad entrare in tale tipo di società (ragazzi stranieri, problemi familiari o sociali). La società a questo proposito vuole:
-infondere una profonda educazione di base
-istruire in ogni fase della vita
La società della conoscenza deve essere eretta su due colonne portanti:
-le decisioni (politiche) devono essere prese secondo un metodo scientifico
-la politica deve essere costruita su conoscenza scientifica. - Educazione come mezzo per superare le barriere e i problemi che si frappongono tra le persone (come per esempio scarsa integrazione etnica).
- Sviluppo sostenibile: usare energia prodotta da fonti pulite, campagne di informazione, elaborare metodi di gestione di materiale di scarto (waste) radioattivo per migliorare la vita delle popolazioni locali
- Ambiente: creazione di piste ciclabili (bicycle roads), creare principi per lo sviluppo sostenibile riguardo a acqua, aria, sole, energia, gestione dei rifiuti, riciclaggio; creare un fondo europeo per aiutare la popolazione in caso di disastro naturale.
- Clima: creare una politica che sia indipendente dalle lobby; adottare una agricoltura a lungo termine per il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.
- Educazione: riconoscimento dei certificati d'istruzione di tutta l'Europa; dare la possibilità ai ragazzi di talento di viaggiare e di imparare di più; creare una piattaforma di gestione delle informazioni concernenti la comunità europea (e-learning); creare fondi per e-learning; promuovere tirocini e volontariato per un maggior sviluppo della sensibilità e dell'approccio; studio di lingue; supportare lo scambio (interculturale) di studenti; stanziare fondi per aumentare le possibilità di studio e per riutilizzare e ammodernizzare le biblioteche e per creare una cultura di qualità nelle scuole.
- Informazione e UE: costruire una coscienza e un senso di appartenenza; miglior integrazione nelle istituzioni Ue e nei loro processi decisionali; giovani informati sia dei problemi sia dei benefici; incoraggiare la conoscenza dei diritti e dei doveri civili; democrazia in Blue Jeans (giovani più presenti, conoscenza crescente riguardo la politica, l'educazione, le situazioni economiche e sociali); promuovere assemble nazionali e internazionali di giovani; incoraggiamento nella realizzazione di reti di comunicazioni internazionali; fondi per la promozione, la diffusione e lo sviluppo.
- Politica: basata su conoscenza e scienza; aumento dei fondi per l'educazione; l'UE deve essere un'entità sociale e culturale; standard comunitari per l'immigrazione e l'integrazione secondo un'ottica di miglior gestione della migrazione di massa; gli stati europei devono lavorare insieme e non competere gli uni con gli altri; promozione di eventi che siano simbolo della cultura nazionale di ogni stato.
giovedì 2 ottobre 2008
Economia e conoscenza. L'altra faccia della medaglia.
Anticipando il riassunto dell'incontro svoltosi nella mattinata di martedì 30 settembre al Liceo Scientifico di Cesena, con il prof. Francesco Beccari di Centuria RIT, propongo ex-abrupto una riflessione su quanto emerso durante il dibattito.
Il prof. Beccari ha, infatti, illustrato con estrema chiarezza e rigore come, nel corso degli ultimi 10-15 anni, attività come quella svolta da Centuria RIT hanno trovato il fertile humus per poter sorgere nel territorio al fine di favorire la trasmissione della conoscenza alle aziende, quindi al settore produttivo (l'attività umana più concreta che possiamo concepire).
In sostanza, egli non ha fatto altro che mostrarci come le attività produttive (fabbriche, industrie, aziende, ecc.), che hanno vissuto senza contatti con le scoperte scientifiche per decine di decenni ristagnando poco felicemente, recentemente abbiano imparato ad assimilare la tanto famigerata conoscenza, con risultati incredibili.
Quindi, nell'era a noi più recente, il ramo produttivo-concreto della razza umana ha iniziato ad appropriarsi della conoscenza per migliorare.
Fino alla parola "migliorare" esclusa, tutto procede liscio come l'olio.
Veniamo ora alla questione: il vero senso del risultato positivo di questo appropriamento da parte delle aziende (prendiamole in senso generale al posto di "attività produttive") sta proprio nell'accezione con cui vogliamo intendere migliorare.

Il prof. Beccari ci ha mostrato, in maniera un po' unidimensionale devo dire, come il termine migliorare si ricolleghi al miglioramento del profitto. La mia non è ancora una critica. Infatti, nessuno di noi può negare che intorno al profitto ruoti tutto il sistema economico globale e che il benessere degli esseri umani è direttamente dipendente dal profitto prodotto dalle aziende.
Ribadisco, in questi anni le aziende hanno usato, a secondo delle loro esigenze, le scoperte scientifiche, quindi la conoscenza, per l'avanzamento dei loro sistemi produttivi al fine di migliorare il profitto.
Tuttavia, il termine "migliore" da me menzionato due paragrafi prima, potrebbe anche avere a che fare con un'aumento non del profitto, ma di beni non concreti e relativi al patrimonio interiore dell'umanità.
E' necessario un esempio: le aziende hanno deciso di applicare il tale sistema di produzione quando si prospettava all'orizzonte la tale possibilità di miglioramento profittuale. Perfetto. Tuttavia, cosa accadde quando le scoperte scientifiche, quindi la conoscenza, si dimostrarono potenzialmente dannose alle aziende per la ragione che quello che andavano professando era un comportamento nocivo da parte dell'azienda? Quante volte è accaduto che le aziende, di fronte ad una conoscenza che muoveva loro una critica, abbiano cambiato la loro strategia di produzione per migliorare in un senso "più umano", e peggiorare in un senso economico? (scusate la grossolanità di termini non specifici, ma al momento non mi salgono alla memoria vocaboli corretti al riguardo).
La mia critica è la seguente: possiamo, dando un'occhiata all'economia (oggetto del titolo dell'incontro), affermare che in questa materia (l'economia, vastissima, trascendente ad ogni cosa) la conoscenza abbia raggiunto una forma pura? La forma che noi vogliamo imprimere nei 20 suggerimenti i prossimi 20-28 ottobre?
Credo di no. Credo che non possiamo portare l'esempio dell'economia come settore che promuove la conoscenza in senso ampio. Possiamo limitarci a dire, parlando di economia, che la conoscenza può far arricchire l'uomo, ma questo lo si sapeva già.
Il prof. Beccari ha, infatti, illustrato con estrema chiarezza e rigore come, nel corso degli ultimi 10-15 anni, attività come quella svolta da Centuria RIT hanno trovato il fertile humus per poter sorgere nel territorio al fine di favorire la trasmissione della conoscenza alle aziende, quindi al settore produttivo (l'attività umana più concreta che possiamo concepire).
In sostanza, egli non ha fatto altro che mostrarci come le attività produttive (fabbriche, industrie, aziende, ecc.), che hanno vissuto senza contatti con le scoperte scientifiche per decine di decenni ristagnando poco felicemente, recentemente abbiano imparato ad assimilare la tanto famigerata conoscenza, con risultati incredibili.
Quindi, nell'era a noi più recente, il ramo produttivo-concreto della razza umana ha iniziato ad appropriarsi della conoscenza per migliorare.
Fino alla parola "migliorare" esclusa, tutto procede liscio come l'olio.
Veniamo ora alla questione: il vero senso del risultato positivo di questo appropriamento da parte delle aziende (prendiamole in senso generale al posto di "attività produttive") sta proprio nell'accezione con cui vogliamo intendere migliorare.

Il prof. Beccari ci ha mostrato, in maniera un po' unidimensionale devo dire, come il termine migliorare si ricolleghi al miglioramento del profitto. La mia non è ancora una critica. Infatti, nessuno di noi può negare che intorno al profitto ruoti tutto il sistema economico globale e che il benessere degli esseri umani è direttamente dipendente dal profitto prodotto dalle aziende.
Ribadisco, in questi anni le aziende hanno usato, a secondo delle loro esigenze, le scoperte scientifiche, quindi la conoscenza, per l'avanzamento dei loro sistemi produttivi al fine di migliorare il profitto.
Tuttavia, il termine "migliore" da me menzionato due paragrafi prima, potrebbe anche avere a che fare con un'aumento non del profitto, ma di beni non concreti e relativi al patrimonio interiore dell'umanità.
E' necessario un esempio: le aziende hanno deciso di applicare il tale sistema di produzione quando si prospettava all'orizzonte la tale possibilità di miglioramento profittuale. Perfetto. Tuttavia, cosa accadde quando le scoperte scientifiche, quindi la conoscenza, si dimostrarono potenzialmente dannose alle aziende per la ragione che quello che andavano professando era un comportamento nocivo da parte dell'azienda? Quante volte è accaduto che le aziende, di fronte ad una conoscenza che muoveva loro una critica, abbiano cambiato la loro strategia di produzione per migliorare in un senso "più umano", e peggiorare in un senso economico? (scusate la grossolanità di termini non specifici, ma al momento non mi salgono alla memoria vocaboli corretti al riguardo).
La mia critica è la seguente: possiamo, dando un'occhiata all'economia (oggetto del titolo dell'incontro), affermare che in questa materia (l'economia, vastissima, trascendente ad ogni cosa) la conoscenza abbia raggiunto una forma pura? La forma che noi vogliamo imprimere nei 20 suggerimenti i prossimi 20-28 ottobre?
Credo di no. Credo che non possiamo portare l'esempio dell'economia come settore che promuove la conoscenza in senso ampio. Possiamo limitarci a dire, parlando di economia, che la conoscenza può far arricchire l'uomo, ma questo lo si sapeva già.
lunedì 29 settembre 2008
I Venti Suggerimenti
Penso che sia arrivato il momento di avviarci alla stesura di una bozza dei venti suggerimenti che poi porteremo in Francia tra poco più di due settimane. Siccome già siamo impegnati con i vari incotnri pomeridiani, perchè non cominciamo a scrivere qui sul blog quali possono essere i venti suggerimenti? Contribuendo e discutendone un po' tutti, potremmo già arrivare a un risultato soddisfaciente.
I pilastri su cui abbiamo lavorato ci sono, possiamo proprio partire da quelli: libertà, informazione, formazione, educazione, morale.. la gamma è ampia, e direi che chi vuole può iniziare a lasciare commenti, indicando quali possano essere uno o più suggerimenti proponibili!
I pilastri su cui abbiamo lavorato ci sono, possiamo proprio partire da quelli: libertà, informazione, formazione, educazione, morale.. la gamma è ampia, e direi che chi vuole può iniziare a lasciare commenti, indicando quali possano essere uno o più suggerimenti proponibili!
Matematica è futuro!!
Piccole (si fa per dire!) provocazioni emerse dal dibattito con il dott. Amadori :
1)sillogismo n°1: le "cose" del mondo appaiono soggette a regole; la matematica è studio delle regole ; dunque se vogliamo modificare le "cose" dobbiamo usare la matematica!
2) sillogismo n°2: la nostra civiltà si basa sulla tecnologia; la tecnologia si basa sulle scienze; le scienze si basano sulla matematica; dunque la nostra civiltà si basa sulla matematica!
3)La potenza della matematica sta nella possibilità di descrivere insiemi diversi con stesse regole e concetti, ovvero sia la matematica può astrarre.
4) La matematica, nella sua costruzione, sfrutta le aree del cervello utilizzate anche per il linguaggio. Per cui chi dice di esser negato nelle materie scientifiche preferendo quelle di campo umanistico, si contraddice!

Ecco, sono solo suggestioni, piccole frasi che però possono essere utilizzate come punto di partenza per capire che la conoscenza di cui andiamo alla ricerca, comprende anche una parte scientifica forse poco trattata.
Da parte mia, ritengo che si debba dare sempre più importanza a questo tipo di conoscenza, forse perché io stesso ne sono affascinato, e il dibattito di oggi, alimentato anche dal rapporto che esiste fra la matematica e il vari rapporti con il mondo, da quello universitario fino a quello della musica, mi è servito come stimolo ad approfondire certe curiostà, certe conoscenze e a cominciare a vedere la realtà con occhi differenti.
Certo, è difficile dialogare e avere le stesse idee su concetti di questo genere, ma proprio per questo dobbiamo confrontarci!
Io la mia posizione l'ho espressa, ora tocca a voi!!
1)sillogismo n°1: le "cose" del mondo appaiono soggette a regole; la matematica è studio delle regole ; dunque se vogliamo modificare le "cose" dobbiamo usare la matematica!
2) sillogismo n°2: la nostra civiltà si basa sulla tecnologia; la tecnologia si basa sulle scienze; le scienze si basano sulla matematica; dunque la nostra civiltà si basa sulla matematica!
3)La potenza della matematica sta nella possibilità di descrivere insiemi diversi con stesse regole e concetti, ovvero sia la matematica può astrarre.
4) La matematica, nella sua costruzione, sfrutta le aree del cervello utilizzate anche per il linguaggio. Per cui chi dice di esser negato nelle materie scientifiche preferendo quelle di campo umanistico, si contraddice!

Ecco, sono solo suggestioni, piccole frasi che però possono essere utilizzate come punto di partenza per capire che la conoscenza di cui andiamo alla ricerca, comprende anche una parte scientifica forse poco trattata.
Da parte mia, ritengo che si debba dare sempre più importanza a questo tipo di conoscenza, forse perché io stesso ne sono affascinato, e il dibattito di oggi, alimentato anche dal rapporto che esiste fra la matematica e il vari rapporti con il mondo, da quello universitario fino a quello della musica, mi è servito come stimolo ad approfondire certe curiostà, certe conoscenze e a cominciare a vedere la realtà con occhi differenti.
Certo, è difficile dialogare e avere le stesse idee su concetti di questo genere, ma proprio per questo dobbiamo confrontarci!
Io la mia posizione l'ho espressa, ora tocca a voi!!
domenica 28 settembre 2008
Sapienza e Conoscenza: quale rapporto?
Mi è venuta in mente una domanda riflettendo sul nostro compito nell'Europa del futuro.
A che cosa andiamo alla ricerca veramente? Alla conoscenza o alla sapienza? Sono due cose che tra loro si completano, oppure l'una è disgiunta dall'altra?

Ovviamente le risposte che ho tentato di darmi sono state di vario genere, ma tutte inconcluse. Può essere la sapienza una dote innata(per riallacciarsi a una domanda posta nell'incontro con la dottoressa Hamon)?
Voi che ne pensate?
A che cosa andiamo alla ricerca veramente? Alla conoscenza o alla sapienza? Sono due cose che tra loro si completano, oppure l'una è disgiunta dall'altra?

Ovviamente le risposte che ho tentato di darmi sono state di vario genere, ma tutte inconcluse. Può essere la sapienza una dote innata(per riallacciarsi a una domanda posta nell'incontro con la dottoressa Hamon)?
Voi che ne pensate?
mercoledì 24 settembre 2008
L'emozione è il tramite tra il nostro Io e il mondo che ci circonda
Francesco Furno risponde a Lorenzo Casadei.
Dato che ho sollevato io il dibattito sul legame tra conoscenza ed emozioni proverò a illustrarti il mio pensiero attuale.
Prima di tutto, mi sembra facilmente sperimentabile che una conoscenza associata ad un'emozione, come potrebbe essere la felicità, la curiosità, o anche la paura, è una conoscenza che assume un rilievo superiore rispetto a quella che potremmo definire una "conoscenza apatica". La dottoressa Hamon ha spiegato che una qualsiasi conoscenza è sempre accompagnata da una caratteristica emotiva, che varia tuttavia sotto il profilo dell'intensità.
Quindi, sulla base di questo, assumiamo che una visione riduzionistica che tende a scindere la conoscenza dall'emozione è errata. Ciononostante, mantenendo questa organicità tra le due, pensiamo che quella che ho definito "conoscenza apatica" sia una conoscenza accompagnata da emozioni di intensità ridottissima. Ecco quindi che risulta calzante il mio esempio di conoscenza apatica riguardo alle leggi fisiche della termodinamica (nel mio caso, ovviamente).

Intuitivamente in un secondo momento, riflettendo sulla discussione, ho costruito un "ponte" tra un problema a me caro e questo legame tra emozioni e conoscenza.
Chi mi conosce e ha avuto occasione di assistere agli incontri estivi con me sa che ho particolarmente a cuore la tesi di Evandro Agazzi a proposito della crisi dell'educazione e del limite/problema della conoscenza nozionistica. In poche parole, egli critica il sistema scolastico in quanto esso non è in grado di fornire una conoscenza compresa realmente e interiormente dallo studente e che egli definisce "noetica" (da Aristotele); infatti, l'unica conoscenza che il sistema dell'istruzione è in grado di fornire è di tipo nozionistico e conseguentemente vuota, distaccata, inefficace.
Mi sono chiesto numerose volte come acquisire conoscenza sul piano noetico. Il motivo di questa preoccupazione è evidente: tale conoscenza mi è incredibilmente più utile. Con questa conoscenza, io sono più potente. Ragionando su un esempio fatto dal mio professore di storia e filosofia, riguardante la Rivoluzione Industriale e concernente la differenza tra il grado di conoscenza di un contadino che mai ha letto un libro nella sua vita e quello di uno studioso di agricoltura -in senso generale-, io assegnerei l'aggettivo "noetico" alla conoscenza del primo e "nozionistico" alla conoscenza del secondo.
Questo perchè, dopo l'incontro con la professoressa Hamon, mi sono risposto che la differenza tra il noetico e il nozionistico sta nel legame che il nostro Io instaura con la conoscenza con cui viene a contatto. Il contadino possiede un incognito numero di nozioni, non elevato; tuttavia egli le ha tutte estrapolate da un ambiente circostante che ha scatenato in lui fiumi di emozioni e ha lasciato segni indelebili sul suo Io. Egli possiede quindi una conoscenza formalmente scadente, ma di tipo noetico, quindi più potente.
I libri, per quanto ricchi, sono perlopiù apatici. Un professore svogliato o incompetente è apatico. Uno studente che non si pone domande e che non è guidato dalla curiosità, dal “thauma” (=meraviglia) vive perennemente in uno stato di apatia.
Ergo, l'emozione è il tramite tra il nostro io e il mondo che ci circonda; essa diventa il mezzo necessario in grado di convertire la nozione in "noesi" (sempre per citare Aristotele e Agazzi).
E' evidente che io non sono nè un educatore, nè un analista.
Questo non elimina però il dato fondamentale che io sia un essere umano dotato di emozioni e conoscenza. E questa ineludibile mia caratteristica mi fa affermare che ogni qualvolta ho accompagnato la conoscenza con l'emozione, la prima ne è uscita notevolmente rafforzata e mi ha dato "di più". E' diventata più potente.
Da questa riflessione possono scaturire logicamente due conclusioni (più o meno condivisibili):
1 - La ragione assoluta (nel senso di distaccata) non è il percorso adatto per porre fondamenta pratiche (etiche) all'attività umana. La mancanza di emozioni conduce ad un vicolo, che può essere formalmente corretto, ma che ignora beatamente la vera natura umana. E questo è fondamentale nella costruzione di una società europea della conoscenza.
2 – Se vogliamo migliorare, dobbiamo imparare a richiamare emozioni e a collegarle ai concetti; per fare questo dobbiamo cogliere il senso profondo e trascendente di ogni situazione. Immaginare, cioè, in che modo tale nozione possa diventare una circostanza tangente al nostro Io. Ne potrebbe nascere così una conoscenza organicamente unità, tenuta insieme dal collante delle emozioni. E, in quest'ottica, si potrebbe far coincidere UNA cultura con la MOLTEPLICITA' delle conoscenze.
Questa pluralità è riferita al modo di interiorizzare l'unica conoscenza; in questo modo possiamo affermare che la cultura è una e che il rischio di omologazione delle persone è allontanato, almeno per il momento.
Dato che ho sollevato io il dibattito sul legame tra conoscenza ed emozioni proverò a illustrarti il mio pensiero attuale.
Prima di tutto, mi sembra facilmente sperimentabile che una conoscenza associata ad un'emozione, come potrebbe essere la felicità, la curiosità, o anche la paura, è una conoscenza che assume un rilievo superiore rispetto a quella che potremmo definire una "conoscenza apatica". La dottoressa Hamon ha spiegato che una qualsiasi conoscenza è sempre accompagnata da una caratteristica emotiva, che varia tuttavia sotto il profilo dell'intensità.
Quindi, sulla base di questo, assumiamo che una visione riduzionistica che tende a scindere la conoscenza dall'emozione è errata. Ciononostante, mantenendo questa organicità tra le due, pensiamo che quella che ho definito "conoscenza apatica" sia una conoscenza accompagnata da emozioni di intensità ridottissima. Ecco quindi che risulta calzante il mio esempio di conoscenza apatica riguardo alle leggi fisiche della termodinamica (nel mio caso, ovviamente).

Intuitivamente in un secondo momento, riflettendo sulla discussione, ho costruito un "ponte" tra un problema a me caro e questo legame tra emozioni e conoscenza.
Chi mi conosce e ha avuto occasione di assistere agli incontri estivi con me sa che ho particolarmente a cuore la tesi di Evandro Agazzi a proposito della crisi dell'educazione e del limite/problema della conoscenza nozionistica. In poche parole, egli critica il sistema scolastico in quanto esso non è in grado di fornire una conoscenza compresa realmente e interiormente dallo studente e che egli definisce "noetica" (da Aristotele); infatti, l'unica conoscenza che il sistema dell'istruzione è in grado di fornire è di tipo nozionistico e conseguentemente vuota, distaccata, inefficace.
Mi sono chiesto numerose volte come acquisire conoscenza sul piano noetico. Il motivo di questa preoccupazione è evidente: tale conoscenza mi è incredibilmente più utile. Con questa conoscenza, io sono più potente. Ragionando su un esempio fatto dal mio professore di storia e filosofia, riguardante la Rivoluzione Industriale e concernente la differenza tra il grado di conoscenza di un contadino che mai ha letto un libro nella sua vita e quello di uno studioso di agricoltura -in senso generale-, io assegnerei l'aggettivo "noetico" alla conoscenza del primo e "nozionistico" alla conoscenza del secondo.
Questo perchè, dopo l'incontro con la professoressa Hamon, mi sono risposto che la differenza tra il noetico e il nozionistico sta nel legame che il nostro Io instaura con la conoscenza con cui viene a contatto. Il contadino possiede un incognito numero di nozioni, non elevato; tuttavia egli le ha tutte estrapolate da un ambiente circostante che ha scatenato in lui fiumi di emozioni e ha lasciato segni indelebili sul suo Io. Egli possiede quindi una conoscenza formalmente scadente, ma di tipo noetico, quindi più potente.
I libri, per quanto ricchi, sono perlopiù apatici. Un professore svogliato o incompetente è apatico. Uno studente che non si pone domande e che non è guidato dalla curiosità, dal “thauma” (=meraviglia) vive perennemente in uno stato di apatia.
Ergo, l'emozione è il tramite tra il nostro io e il mondo che ci circonda; essa diventa il mezzo necessario in grado di convertire la nozione in "noesi" (sempre per citare Aristotele e Agazzi).
E' evidente che io non sono nè un educatore, nè un analista.
Questo non elimina però il dato fondamentale che io sia un essere umano dotato di emozioni e conoscenza. E questa ineludibile mia caratteristica mi fa affermare che ogni qualvolta ho accompagnato la conoscenza con l'emozione, la prima ne è uscita notevolmente rafforzata e mi ha dato "di più". E' diventata più potente.
Da questa riflessione possono scaturire logicamente due conclusioni (più o meno condivisibili):
1 - La ragione assoluta (nel senso di distaccata) non è il percorso adatto per porre fondamenta pratiche (etiche) all'attività umana. La mancanza di emozioni conduce ad un vicolo, che può essere formalmente corretto, ma che ignora beatamente la vera natura umana. E questo è fondamentale nella costruzione di una società europea della conoscenza.
2 – Se vogliamo migliorare, dobbiamo imparare a richiamare emozioni e a collegarle ai concetti; per fare questo dobbiamo cogliere il senso profondo e trascendente di ogni situazione. Immaginare, cioè, in che modo tale nozione possa diventare una circostanza tangente al nostro Io. Ne potrebbe nascere così una conoscenza organicamente unità, tenuta insieme dal collante delle emozioni. E, in quest'ottica, si potrebbe far coincidere UNA cultura con la MOLTEPLICITA' delle conoscenze.
Questa pluralità è riferita al modo di interiorizzare l'unica conoscenza; in questo modo possiamo affermare che la cultura è una e che il rischio di omologazione delle persone è allontanato, almeno per il momento.
martedì 23 settembre 2008
Incontro con Catherine Hamon
Bene, ora il ciclo di dibatti ha preso inizio, e giusto ieri presso la sala endas a Cesena si è tenuto l'incontro con la neuropsichiatra infantile Catherine Hamon. Devo dire che già dal titolo, pensavo che non sarebbe stato un incontro del tutto ordinario. Infatti la dottoressa Hamon mi ha davvero colpito molto, sia come persona in sé, sia come neuropsichiatra. In prima battuta, non si è preoccupata di dire chi è, cosa fa, dove lavora, ma è partita facendo subito un confronto fra l'adolescenza e la gravidanza. E già come inizio la dice lunga. Poi si è aperto un dialogo con noi, su cosa ci aspettavamo da questo progetto, da quali motivazioni siamo stati spinti, con quale fine e via dicendo.
Sicuramente mi ha colpito davvero tanto paragonare la nostra mente, le nostre azioni e i nostri pensieri a quelli dei bambini.

Conversare sulla interdisciplinarietà, sulla conoscenza, sulla curiosità e sul pensiero in un'ottica molto diversa dal consueto, è stato davvero costruttivo, almeno per me è servito molto. Anche se non si è parlato dei massimi sistemi o delle leggi che regolano l'universo, penso che Catherine Hamon abbia fatto nascere in noi una considerazione notevole da portare con noi a Parigi: in fondo, la semplicità è lo strumento migliore per comunicare. Così grazie ad un linguaggio semplice siamo riusciti a formare una conversazione molto interessante, su argomenti difficili, ma che con esempi pratici, a cui la dottoressa ricorreva spesso, si sono rivelati molto più conprensibili.
Ecco, penso di non dilungarmi oltre altrimenti si potrebbero scrivere mille altri aspetti riguardo alle cose su cui abbiamo parlato, per cui sollevo solo un'ultima questione, che potrebbe essere discussa:
Un problema che riguarda noi ragazzi è quello dell'istruzione, dell'apprendimento di nozioni, concetti e quant'altro. Durante il dibattito, si è parlato di conoscenza contaminata da emozioni, ma anche di grande assenza di motivazione da parte nostra ad apprendere. Voi cosa ne pensate?
Sicuramente mi ha colpito davvero tanto paragonare la nostra mente, le nostre azioni e i nostri pensieri a quelli dei bambini.

Conversare sulla interdisciplinarietà, sulla conoscenza, sulla curiosità e sul pensiero in un'ottica molto diversa dal consueto, è stato davvero costruttivo, almeno per me è servito molto. Anche se non si è parlato dei massimi sistemi o delle leggi che regolano l'universo, penso che Catherine Hamon abbia fatto nascere in noi una considerazione notevole da portare con noi a Parigi: in fondo, la semplicità è lo strumento migliore per comunicare. Così grazie ad un linguaggio semplice siamo riusciti a formare una conversazione molto interessante, su argomenti difficili, ma che con esempi pratici, a cui la dottoressa ricorreva spesso, si sono rivelati molto più conprensibili.
Ecco, penso di non dilungarmi oltre altrimenti si potrebbero scrivere mille altri aspetti riguardo alle cose su cui abbiamo parlato, per cui sollevo solo un'ultima questione, che potrebbe essere discussa:
Un problema che riguarda noi ragazzi è quello dell'istruzione, dell'apprendimento di nozioni, concetti e quant'altro. Durante il dibattito, si è parlato di conoscenza contaminata da emozioni, ma anche di grande assenza di motivazione da parte nostra ad apprendere. Voi cosa ne pensate?
sabato 20 settembre 2008
Prometeo: un racconto scritto da Lorenzo Montanari
È come il sesso. Che quando si va oltre al piacere si cade nella perversione.
È come il sole di agosto. Che quando si va oltre alla tiepida abbronzatura si finisce ustionati.
È come le immersioni. Che quando si va oltre le proprie possibilità si rischia di affogare.
È come Icaro. Che non seppe frenare le sue ali quando gli dei glielo ordinarono e finì per cadere nell’oceano per non farne più ritorno.
E così sarebbe dovuto essere il mio lavoro. Allo stesso modo avrei dovuto fermare la mia mano una volta che questa aveva osato troppo. Mi sono spinto oltre quel limbo di incerta licenziosità che mi concedeva di sperimentare ciò che nessuno aveva mai sperimentato.
Come Icaro ho oltrepassato il limite della tracotanza.
Ora il mio lavoro è il mio crimine. Ora ciò che ho creato è ciò che devo distruggere.
Ho superato quella muta barriera etica che separa il mio lavoro di scienziato da quello di un fanatico. Sono entrato in una sfera di peccato che compete ai pazzi, non agli uomini di scienza.

Sono un professionista della scienza, eppure ho trasgredito i miei giuramenti.
Sono un cattolico, eppure ho peccato contro la famiglia, contro Dio.
Però questo è tutto ciò che da anni sognavo, questo è tutto ciò per cui da anni vivo. Dal sei ottobre duemila, quando il mio piccolo Marcel è stato investito da quella macchina assassina e, a soli tre anni, ha dovuto abbandonare questi luoghi, il suo parco giochi, il suo trenino preferito… con quale diritto Dio potrebbe biasimarmi per quello che ho fatto se Lui ha avuto la presunzione di decidere di strapparmi mio figlio? Quale Dio fa questo ad un uomo qualunque e si permette poi di vietarmi di toccare il mio paradiso per un giorno, un mese o un anno, cento anni?
Nelle ultime settimane mi sono interrogato e mi sono risposto che me lo merito, che è la mia ricompensa, la mia panacea.
Marcel non aveva fatto nulla per cui dovesse esser punito. Marcel era candido, era innocente. Eppure Tu hai voluto metterlo su quella strada, hai voluto che quella macchina incrociasse quella strada. Tu hai voluto che lui morisse.
Nelle ultime settimane ho superato quel limite che tutti si sono sempre posti. Ho infranto i limiti ma l’ho fatto per una causa giusta, per una motivazione più grande di qualunque speculazione. Ci sono ragioni umane che vanno oltre ogni legge o ogni dogma. Ci sono sogni, ci sono speranze, ci sono dolori al di là di qualunque polemica, di qualunque disegno di legge o referendum.
Nessuno può permettersi di giudicare su una sfera così intima e così ingiudicabile. Nessuna legge, nessuno può dirmi se seguire o no il mio sogno.
Il mio stesso cuore è a pezzi per ciò che ho fatto, il mio stesso cervello mi grida di scappare, cancellare tutto questo. Eppure questo bambino che tengo tra le mani è tutto ciò che in questi otto anni ho sognato. Gli stessi occhi e le stesse manine.
Non si possono porre limiti a certi bisogni. Io non parlo solamente di me. Parlo di chi sogna di avere un bambino, o di chi sogna di potersi salvare da una malattia che non gli lascia scampo. Parlo di tutti coloro che la medicina potrebbe aiutare ma che le leggi tengono lontani da queste possibilità.
È ora di smetterla con questo buonismo o questo spirito falso e bigotto. Io sono stato il primo, io sono il Prometeo di un nuovo mondo che conoscerà una nuova rivoluzione di spiriti e di culture.
Ognuno ha diritto di avere la sua felicità, sempre rispettando l’eticità dell’esistenza, ma senza lasciare che falsi buonismi gli neghino il suo pezzo di paradiso.
Io sono il primo. Dopo di me saranno milioni.
Questo bambino è Marcel e questa volta non lascerò che nessuno me lo porti via.
È come il sole di agosto. Che quando si va oltre alla tiepida abbronzatura si finisce ustionati.
È come le immersioni. Che quando si va oltre le proprie possibilità si rischia di affogare.
È come Icaro. Che non seppe frenare le sue ali quando gli dei glielo ordinarono e finì per cadere nell’oceano per non farne più ritorno.
E così sarebbe dovuto essere il mio lavoro. Allo stesso modo avrei dovuto fermare la mia mano una volta che questa aveva osato troppo. Mi sono spinto oltre quel limbo di incerta licenziosità che mi concedeva di sperimentare ciò che nessuno aveva mai sperimentato.
Come Icaro ho oltrepassato il limite della tracotanza.
Ora il mio lavoro è il mio crimine. Ora ciò che ho creato è ciò che devo distruggere.
Ho superato quella muta barriera etica che separa il mio lavoro di scienziato da quello di un fanatico. Sono entrato in una sfera di peccato che compete ai pazzi, non agli uomini di scienza.

Sono un professionista della scienza, eppure ho trasgredito i miei giuramenti.
Sono un cattolico, eppure ho peccato contro la famiglia, contro Dio.
Però questo è tutto ciò che da anni sognavo, questo è tutto ciò per cui da anni vivo. Dal sei ottobre duemila, quando il mio piccolo Marcel è stato investito da quella macchina assassina e, a soli tre anni, ha dovuto abbandonare questi luoghi, il suo parco giochi, il suo trenino preferito… con quale diritto Dio potrebbe biasimarmi per quello che ho fatto se Lui ha avuto la presunzione di decidere di strapparmi mio figlio? Quale Dio fa questo ad un uomo qualunque e si permette poi di vietarmi di toccare il mio paradiso per un giorno, un mese o un anno, cento anni?
Nelle ultime settimane mi sono interrogato e mi sono risposto che me lo merito, che è la mia ricompensa, la mia panacea.
Marcel non aveva fatto nulla per cui dovesse esser punito. Marcel era candido, era innocente. Eppure Tu hai voluto metterlo su quella strada, hai voluto che quella macchina incrociasse quella strada. Tu hai voluto che lui morisse.
Nelle ultime settimane ho superato quel limite che tutti si sono sempre posti. Ho infranto i limiti ma l’ho fatto per una causa giusta, per una motivazione più grande di qualunque speculazione. Ci sono ragioni umane che vanno oltre ogni legge o ogni dogma. Ci sono sogni, ci sono speranze, ci sono dolori al di là di qualunque polemica, di qualunque disegno di legge o referendum.
Nessuno può permettersi di giudicare su una sfera così intima e così ingiudicabile. Nessuna legge, nessuno può dirmi se seguire o no il mio sogno.
Il mio stesso cuore è a pezzi per ciò che ho fatto, il mio stesso cervello mi grida di scappare, cancellare tutto questo. Eppure questo bambino che tengo tra le mani è tutto ciò che in questi otto anni ho sognato. Gli stessi occhi e le stesse manine.
Non si possono porre limiti a certi bisogni. Io non parlo solamente di me. Parlo di chi sogna di avere un bambino, o di chi sogna di potersi salvare da una malattia che non gli lascia scampo. Parlo di tutti coloro che la medicina potrebbe aiutare ma che le leggi tengono lontani da queste possibilità.
È ora di smetterla con questo buonismo o questo spirito falso e bigotto. Io sono stato il primo, io sono il Prometeo di un nuovo mondo che conoscerà una nuova rivoluzione di spiriti e di culture.
Ognuno ha diritto di avere la sua felicità, sempre rispettando l’eticità dell’esistenza, ma senza lasciare che falsi buonismi gli neghino il suo pezzo di paradiso.
Io sono il primo. Dopo di me saranno milioni.
Questo bambino è Marcel e questa volta non lascerò che nessuno me lo porti via.
mercoledì 17 settembre 2008
Cosa possiamo chiedere alla scienza e cosa non possiamo chiederle
Il 17 giugno, presso l’Hotel della Città di Forlì, abbiamo tenuto un incontro molto interessante con il filosofo Igino Zavatti per approfondire le nostre conoscenze e per fare un passo avanti verso la redazione dei venti suggerimenti da portare in Francia ad ottobre. Siamo partiti proprio dalla domanda “Cosa chiedere o non chiedere alla scienza?” per arrivare a discutere sulla differenza fra scienza e conoscenza. Il primo risultato ottenuto è stato la consapevolezza che la scienza fa parte della conoscenza, ma non la esaurisce e procede per oggettivazioni, con metodiche diverse in funzione dei diversi campi di esperienze. Ma l’oggettivazione viene sempre ricercata per avere una verità unica, salda, da utilizzare come fondamenta per altri studi.

La nostra attenzione si è concentrata poi sul problema della verità: “La verità esiste? Non esiste? Nella scienza è presente oppure no?” Analizzando tre grandi momenti storici, ovvero il mondo greco, l’età galileiana e il mondo odierno, abbiamo concluso che la verità è relativa alla maniera in cui si considera un oggetto. Dipende sostanzialmente dal punto di vista e questo non significa che questa realtà sia inconfutabile. Infatti il filosofo Popper, uno dei partecipanti al Circolo di Vienna nel XX° secolo, andando contro il principio della verificazione elaborato dai suoi coetanei, fondò quello della falsificabilità, che consiste nella simmetria fra il verificare un teoria e la falsificazione della medesima. Il processo storico che ha portato alla consapevolezza dell’esistenza di una verità assoluta ha origine nel pensiero greco. Successivamente con Galileo entra in gioco anche l’esperimento, strumento fondamentale per dimostrare un’ipotesi. Ma, come nei Greci, anche in Galileo il sapere ha uno stretto legame con il divino, anche se ad un livello diverso. Per lui, infatti, solo tramite la conoscenza matematica si può giungere ad una cognizione elevata come quella di Dio. Bisognerà aspettare l’800 e il ‘900 perché la matematica vada in crisi ridimensionandosi per importanza e divenendo un semplice sapere umano.
Ed ecco che qui si è aperto un nuovo quesito: “La matematica, come scienza, è invenzione o scoperta?” Potrebbe essere, secondo alcuni ragazzi, un’approssimazione della realtà attuata dall’uomo per scopi pratici. In effetti, la matematica è nata inizialmente come mezzo utile alla vita quotidiana, e solo in seguito con la scuola pitagorica, si è evoluta come scienza basata sulla dimostrazione. Alla fine della discussione abbiamo concluso, che con la nascita della scienza è iniziato lo studio degli oggetti per conoscere la realtà quale essa è. Rapportandoci con il mondo attuale, abbiamo osservato che la tecnoscienza attua le sue ricerca per scopi pratici e si alimenta grazie alla tecnologia, che non ha limiti. Ma è grazie ai Greci che è nato lo studio della natura che vale di per sé, e questo è l’asse portante della cultura europea. Non è un caso che le università (dal termine universus utilizzato per designare il sapere disinteressato dall’utile) siano nate in Europa.
Pertanto la nostra attenzione si è concentrata proprio su questo aspetto: la ricerca di base, il sapere senza fini pratici, la ricerca basata sullo spirito di conoscenza priva di altri interessi. Secondo Zavatti, oggi la scienza di base è fondamentale, rappresenta l’aspetto sul quale più si deve investire, perché rappresenta la base di conoscenze che permetterà di risolvere le problematiche cui la ricerca applicata non fornisce soluzione. Questa affermazione è condivisa da tutti noi. In realtà, il mondo industriale ha bisogno di una ricaduta immediata delle ricerche sul mercato per poter continuare a finanziare la ricerca, indi per cui fare progredire la ricerca di base risulta un lavoro arduo.
Dopo questa riflessione, siamo passati a discutere il problema del senso, la ragion pratica e l’eterogeneità dei fini di Kant, per concludere la nostra conversazione con una domanda: “Se la scienza fosse un palcoscenico, quali sarebbero i personaggi e quale ruolo assumerebbero?” A questo proposito, siamo ripartiti da una base storica. Per i Greci esistevano solo due figure, il soggetto e l’oggetto. Successivamente, è subentrato un altro personaggio, ovvero la comunità scientifica, la quale deve esser convinta della teoria di cui lo scienziato è portatore: ecco dunque che un mezzo di primaria importanza è divenuto la retorica, elaborata nell’antica Grecia dai sofisti.
Dopo queste considerazioni, abbiamo concluso come, per arrivare a costruire una società della conoscenza, sia necessario prendere in seria considerazione la dimensione culturale della scienza, attraverso quei diversi approcci, come quello storico o filosofico, che sono le fondamenta della cultura.
Lorenzo Casadei, 17 anni

La nostra attenzione si è concentrata poi sul problema della verità: “La verità esiste? Non esiste? Nella scienza è presente oppure no?” Analizzando tre grandi momenti storici, ovvero il mondo greco, l’età galileiana e il mondo odierno, abbiamo concluso che la verità è relativa alla maniera in cui si considera un oggetto. Dipende sostanzialmente dal punto di vista e questo non significa che questa realtà sia inconfutabile. Infatti il filosofo Popper, uno dei partecipanti al Circolo di Vienna nel XX° secolo, andando contro il principio della verificazione elaborato dai suoi coetanei, fondò quello della falsificabilità, che consiste nella simmetria fra il verificare un teoria e la falsificazione della medesima. Il processo storico che ha portato alla consapevolezza dell’esistenza di una verità assoluta ha origine nel pensiero greco. Successivamente con Galileo entra in gioco anche l’esperimento, strumento fondamentale per dimostrare un’ipotesi. Ma, come nei Greci, anche in Galileo il sapere ha uno stretto legame con il divino, anche se ad un livello diverso. Per lui, infatti, solo tramite la conoscenza matematica si può giungere ad una cognizione elevata come quella di Dio. Bisognerà aspettare l’800 e il ‘900 perché la matematica vada in crisi ridimensionandosi per importanza e divenendo un semplice sapere umano.
Ed ecco che qui si è aperto un nuovo quesito: “La matematica, come scienza, è invenzione o scoperta?” Potrebbe essere, secondo alcuni ragazzi, un’approssimazione della realtà attuata dall’uomo per scopi pratici. In effetti, la matematica è nata inizialmente come mezzo utile alla vita quotidiana, e solo in seguito con la scuola pitagorica, si è evoluta come scienza basata sulla dimostrazione. Alla fine della discussione abbiamo concluso, che con la nascita della scienza è iniziato lo studio degli oggetti per conoscere la realtà quale essa è. Rapportandoci con il mondo attuale, abbiamo osservato che la tecnoscienza attua le sue ricerca per scopi pratici e si alimenta grazie alla tecnologia, che non ha limiti. Ma è grazie ai Greci che è nato lo studio della natura che vale di per sé, e questo è l’asse portante della cultura europea. Non è un caso che le università (dal termine universus utilizzato per designare il sapere disinteressato dall’utile) siano nate in Europa.
Pertanto la nostra attenzione si è concentrata proprio su questo aspetto: la ricerca di base, il sapere senza fini pratici, la ricerca basata sullo spirito di conoscenza priva di altri interessi. Secondo Zavatti, oggi la scienza di base è fondamentale, rappresenta l’aspetto sul quale più si deve investire, perché rappresenta la base di conoscenze che permetterà di risolvere le problematiche cui la ricerca applicata non fornisce soluzione. Questa affermazione è condivisa da tutti noi. In realtà, il mondo industriale ha bisogno di una ricaduta immediata delle ricerche sul mercato per poter continuare a finanziare la ricerca, indi per cui fare progredire la ricerca di base risulta un lavoro arduo.
Dopo questa riflessione, siamo passati a discutere il problema del senso, la ragion pratica e l’eterogeneità dei fini di Kant, per concludere la nostra conversazione con una domanda: “Se la scienza fosse un palcoscenico, quali sarebbero i personaggi e quale ruolo assumerebbero?” A questo proposito, siamo ripartiti da una base storica. Per i Greci esistevano solo due figure, il soggetto e l’oggetto. Successivamente, è subentrato un altro personaggio, ovvero la comunità scientifica, la quale deve esser convinta della teoria di cui lo scienziato è portatore: ecco dunque che un mezzo di primaria importanza è divenuto la retorica, elaborata nell’antica Grecia dai sofisti.
Dopo queste considerazioni, abbiamo concluso come, per arrivare a costruire una società della conoscenza, sia necessario prendere in seria considerazione la dimensione culturale della scienza, attraverso quei diversi approcci, come quello storico o filosofico, che sono le fondamenta della cultura.
Lorenzo Casadei, 17 anni
Riflessione sui concetti di libertà e conoscenza
Fabio Toscano aveva lanciato il sasso nello stagno raccontando ai giovani partecipanti il processo a Galileo. I ragazzi erano partiti compiendo una serie di ricerche bibliografiche sul rapporto tra scienza-società, scienza-etica, scienza-poteri e scienza-libertà. Dal dibattito che ne era scaturito era emersa l'esigenza di far luce sul significato di libertà, libertà individuale, libertà in un contesto sociale. Durante la presentazione dei lavori e la discussione successiva era affiorato alla coscienza il connubbio conoscenza-libertà. Questo testo ripercorre il processo logico seguito da uno dei partecipanti al dibattito, Francesco, 18 anni:

Tutto il ragionamento è partito dal concetto di libertà. Infatti è necessario chiedersi quale sia il significato della parola libertà per poter poi realizzare un progetto ambizioso come il nostro, dato che ogni società ha un ordinamento etico morale a cui fa riferimento. Questo campo, quello pratico, quello della morale, è ciò che più regolamenta la vita degli uomini e segna la qualità dei rapporti collettivi. La morale è intrinseca nella società. Sebbene la morale possa variare nel corso della storia all'interno di una stessa società, le nostre società hanno ormai riconosciuto nella libertà uno tra i fondamentali parametri di ordinamento pratico. Infatti, dopo secoli di schiavitù, guerre, tirannie siamo arrivati, nel XXI secolo, ad una situazione globale molto migliorata rispetto al passato. Una situazione nella quale buona parte della popolazione usufruisce di quel concetto di libertà di cui stiamo parlando. Credo che alla base di ogni ordinamento dei moderni paesi ci sia il principio di libertà: il che significa che tutti gli uomini sono liberi, che c'è libertà di pensiero, libertà di stampa…
La seconda tappa del ragionamento è cercare di definire più specificatamente il concetto di libertà: sono convinto, infatti, che la libertà di un individuo non possa essere considerata assoluta in nessun modo. Infatti, la libertà concessa ad un individuo è una sorta di patto che i cittadini stringono reciprocamente. La quantità di libertà concessa all'individuo deve essere sufficiente a garantirgli una vita soddisfacente e ricca di possibilità e priva il più possibile di costrizioni. Tuttavia, le costrizioni sopraggiungono sempre.
L'uomo è un animale sociale, una specie che trova la sua forza nella collettività e che quindi non può permettersi il lusso di allontanarsi dal gruppo e vivere in maniera individuale poichè così si ritroverebbe molto più debole e più esposto ai pericoli che mai. L'uomo allora decide di cedere, di limitare, la sua libertà in funzione di una maggiore sicurezza che viene offerta dal collettivo. Se ci pensiamo un attimo, avere più sicurezza significa anche avere più libertà. Un individuo debole, esposto ai pericoli, isolato, è schiavo di ciò che lo circonda e delle sue necessità e, in questo senso, potremmo affermare che le sue libertà sono limitate.
Quindi, il patto della società è un baratto: si cede libertà in cambio di un'altra libertà, la sicurezza.
Tuttavia un individuo che usufruisce della forza del collettivo può anche tentare di ristabilire una sua libertà assoluta, sebbene questo entri inevitabilmente in contrasto con la comunità. Durante il dibattito abbiamo fatto l'esempio di una banda di naziskin che hanno dichiarato pubblicamente ideali anti-semiti e hanno dimostrato una convinta intenzione di utilizzo di mezzi concreti contro individui vittime.
Sono stati arrestati. (Reazione della società)
Qualcuno ha chiesto: ma la libertà di questi naziskin dov'è, se non sono nemmeno liberi di professare i loro ideali?
La mia risposta è stata che professare quel particolare tipo di ideologia viola il patto che è stretto dai membri della comunità in quanto ha il chiaro intento di sopprimere la libertà, concordemente concessa in passato a quel determinato gruppo vittima di individui.
Entra ora in gioco la conoscenza.
Usando le parole "concordemente concessa in passato" mi riferisco al concetto di conoscenza, che assume un ruolo di chiave di lettura delle decisioni e dei comportamenti. Infatti, è solo grazie alla conoscenza che l'uomo ha avuto l'opportunità di riconoscere gli sbagli del passato e di smentire personaggi come Kipling (quando parla della missione dell'uomo bianco di civilizzare le altre etnie) e quindi di riconoscere la sostanziale uguaglianza tra gli uomini, sebbene differiscano nei tratti somatici.
Si delinea così il primo legame tra i concetti di conoscenza e di libertà.
Durante la riunione ne abbiamo introdotto un secondo, fondamentale per la costruzione della società della conoscenza:
con il progredire degli anni la conoscenza si sta andando ad uniformare, almeno in una delle sue parti, con la tecnologia. La tecnologia è ciò che più oggi, come mai prima d'ora, si identifica con la conoscenza. Aumentando la tecnologia, aumenta la conoscenza. E' una crescita esponenziale, implacabile, e che necessità di un ragionamento continuo da parte di intellettuali e filosofi. La conoscenza va legittimata, va testata, va approvata.
Per capire quanto sia rilevante il ruolo della tecnologia oggigiorno, facciamo un esempio preso dagli albori della civiltà umana:
gli uomini primitivi vivevano durante il giorno, durante la notte dormivano. Non potevano, quindi non avevano la libertà di vivere diversamente. Un giorno giunse la tecnologia (la conoscenza): l'uomo scoprì il fuoco. La sua vita mutò. Di giorno cacciava, di notte poteva rimanere sveglio. Poteva cuocere gli alimenti. Migliorò la qualità della vita e di conseguenza essa si allungò. Aumento il tempo "libero". Aumentarono le possibilità umane, aumentò la libertà dell'uomo.
Francesco Furno, 18 anni
Tutto il ragionamento è partito dal concetto di libertà. Infatti è necessario chiedersi quale sia il significato della parola libertà per poter poi realizzare un progetto ambizioso come il nostro, dato che ogni società ha un ordinamento etico morale a cui fa riferimento. Questo campo, quello pratico, quello della morale, è ciò che più regolamenta la vita degli uomini e segna la qualità dei rapporti collettivi. La morale è intrinseca nella società. Sebbene la morale possa variare nel corso della storia all'interno di una stessa società, le nostre società hanno ormai riconosciuto nella libertà uno tra i fondamentali parametri di ordinamento pratico. Infatti, dopo secoli di schiavitù, guerre, tirannie siamo arrivati, nel XXI secolo, ad una situazione globale molto migliorata rispetto al passato. Una situazione nella quale buona parte della popolazione usufruisce di quel concetto di libertà di cui stiamo parlando. Credo che alla base di ogni ordinamento dei moderni paesi ci sia il principio di libertà: il che significa che tutti gli uomini sono liberi, che c'è libertà di pensiero, libertà di stampa…
La seconda tappa del ragionamento è cercare di definire più specificatamente il concetto di libertà: sono convinto, infatti, che la libertà di un individuo non possa essere considerata assoluta in nessun modo. Infatti, la libertà concessa ad un individuo è una sorta di patto che i cittadini stringono reciprocamente. La quantità di libertà concessa all'individuo deve essere sufficiente a garantirgli una vita soddisfacente e ricca di possibilità e priva il più possibile di costrizioni. Tuttavia, le costrizioni sopraggiungono sempre.
L'uomo è un animale sociale, una specie che trova la sua forza nella collettività e che quindi non può permettersi il lusso di allontanarsi dal gruppo e vivere in maniera individuale poichè così si ritroverebbe molto più debole e più esposto ai pericoli che mai. L'uomo allora decide di cedere, di limitare, la sua libertà in funzione di una maggiore sicurezza che viene offerta dal collettivo. Se ci pensiamo un attimo, avere più sicurezza significa anche avere più libertà. Un individuo debole, esposto ai pericoli, isolato, è schiavo di ciò che lo circonda e delle sue necessità e, in questo senso, potremmo affermare che le sue libertà sono limitate.
Quindi, il patto della società è un baratto: si cede libertà in cambio di un'altra libertà, la sicurezza.
Tuttavia un individuo che usufruisce della forza del collettivo può anche tentare di ristabilire una sua libertà assoluta, sebbene questo entri inevitabilmente in contrasto con la comunità. Durante il dibattito abbiamo fatto l'esempio di una banda di naziskin che hanno dichiarato pubblicamente ideali anti-semiti e hanno dimostrato una convinta intenzione di utilizzo di mezzi concreti contro individui vittime.
Sono stati arrestati. (Reazione della società)
Qualcuno ha chiesto: ma la libertà di questi naziskin dov'è, se non sono nemmeno liberi di professare i loro ideali?
La mia risposta è stata che professare quel particolare tipo di ideologia viola il patto che è stretto dai membri della comunità in quanto ha il chiaro intento di sopprimere la libertà, concordemente concessa in passato a quel determinato gruppo vittima di individui.
Entra ora in gioco la conoscenza.
Usando le parole "concordemente concessa in passato" mi riferisco al concetto di conoscenza, che assume un ruolo di chiave di lettura delle decisioni e dei comportamenti. Infatti, è solo grazie alla conoscenza che l'uomo ha avuto l'opportunità di riconoscere gli sbagli del passato e di smentire personaggi come Kipling (quando parla della missione dell'uomo bianco di civilizzare le altre etnie) e quindi di riconoscere la sostanziale uguaglianza tra gli uomini, sebbene differiscano nei tratti somatici.
Si delinea così il primo legame tra i concetti di conoscenza e di libertà.
Durante la riunione ne abbiamo introdotto un secondo, fondamentale per la costruzione della società della conoscenza:
con il progredire degli anni la conoscenza si sta andando ad uniformare, almeno in una delle sue parti, con la tecnologia. La tecnologia è ciò che più oggi, come mai prima d'ora, si identifica con la conoscenza. Aumentando la tecnologia, aumenta la conoscenza. E' una crescita esponenziale, implacabile, e che necessità di un ragionamento continuo da parte di intellettuali e filosofi. La conoscenza va legittimata, va testata, va approvata.
Per capire quanto sia rilevante il ruolo della tecnologia oggigiorno, facciamo un esempio preso dagli albori della civiltà umana:
gli uomini primitivi vivevano durante il giorno, durante la notte dormivano. Non potevano, quindi non avevano la libertà di vivere diversamente. Un giorno giunse la tecnologia (la conoscenza): l'uomo scoprì il fuoco. La sua vita mutò. Di giorno cacciava, di notte poteva rimanere sveglio. Poteva cuocere gli alimenti. Migliorò la qualità della vita e di conseguenza essa si allungò. Aumento il tempo "libero". Aumentarono le possibilità umane, aumentò la libertà dell'uomo.
Francesco Furno, 18 anni
Galileo, la svolta del pensiero: una ricerca
Galileo Galilei (Pisa 1564 – Arcetri, Firenze 1642) è considerato il padre della rivoluzione scientifica e uno degli iniziatori della nuova età della conoscenza del genere umano.
Nel corso della sua vita Galileo realizzò numerose scoperte, raggiunse nuove verità e proprio per questo si trovò in contrasto con l'autorità della Chiesa.
Nel 1633 arrivò il processo a Galileo che terminò con la sua abiura. Oramai lo scienziato pisano aveva però dato il via ad una nuova epoca del pensiero.
Nell'alba del genere umano, l'uomo aveva paura di ciò che lo circondava e per difendersi si alleò con delle potenze, come per esempio divinità che dominassero il mondo tramite la volontà, che garantissero la sua sopravvivenza,
Con il passare del tempo prese il sopravvento il pensiero greco che introdusse il concetto di verità: solo conoscendo la verità, infatti, è possibile tutelare la propria esistenza e questo perchè la verità è una sicurezza irremovibile.
Il pensiero greco venne poi eclissato dall'avvento del pensiero cristiano che attribuì il concetto di verità e il suo importantissimo valore al Dio antropomorfo e alle sue rivelazioni agli uomini. Accadde quindi che venne considerata verità quella racchiusa nelle Sacre Scritture. Il problema della conoscenza nacque appunto perchè ciò non racchiuso nelle Scritture – effettivamente una grande quantità di nozioni – non poteva essere considerata verità.
Il dibattito venne placato in un primo momento da San Tommaso d'Aquino che dimostrò come le verità scopribili con la ragione e con i sensi coincidessero con quelle espresse nei testi sacri.
Tuttavia, le scoperte nel mondo aumentavano sempre di più e, collocandosi in testa ad una schiera di personaggi quali Guglielmo d'Ockham, Francis Bacon, Giordano Bruno e Niccolò Copernico, Galileo Galilei e Copernico distrussero completamente la cosmologia aristotelico-tolemaica: distrussero quindi la verità delle sacre scritture.
La verità venne così meno e l'autorità della Chiesa si difese attaccando i promulgatori delle nuove verità. Un problema irrisolvibile come questo nacque nel 1500 e perdura ancora oggi.
Se da un lato era stata minata per sempre la concezione cristiana del mondo, dall'altro si erano poste le fondamenta per la costruzione di una nuova concezione del mondo: quella dello scienziato, convinto che il mondo funzioni nel modo più ragionevole possibile e che quindi possa essere scoperto gradualmente. Una visione che, oggi come oggi, è intrinseca più che mai nella nostra cultura.
Galileo-La Svolta Del Pensiero
Nel corso della sua vita Galileo realizzò numerose scoperte, raggiunse nuove verità e proprio per questo si trovò in contrasto con l'autorità della Chiesa.
Nel 1633 arrivò il processo a Galileo che terminò con la sua abiura. Oramai lo scienziato pisano aveva però dato il via ad una nuova epoca del pensiero.
Nell'alba del genere umano, l'uomo aveva paura di ciò che lo circondava e per difendersi si alleò con delle potenze, come per esempio divinità che dominassero il mondo tramite la volontà, che garantissero la sua sopravvivenza,
Con il passare del tempo prese il sopravvento il pensiero greco che introdusse il concetto di verità: solo conoscendo la verità, infatti, è possibile tutelare la propria esistenza e questo perchè la verità è una sicurezza irremovibile.
Il pensiero greco venne poi eclissato dall'avvento del pensiero cristiano che attribuì il concetto di verità e il suo importantissimo valore al Dio antropomorfo e alle sue rivelazioni agli uomini. Accadde quindi che venne considerata verità quella racchiusa nelle Sacre Scritture. Il problema della conoscenza nacque appunto perchè ciò non racchiuso nelle Scritture – effettivamente una grande quantità di nozioni – non poteva essere considerata verità.
Il dibattito venne placato in un primo momento da San Tommaso d'Aquino che dimostrò come le verità scopribili con la ragione e con i sensi coincidessero con quelle espresse nei testi sacri.
Tuttavia, le scoperte nel mondo aumentavano sempre di più e, collocandosi in testa ad una schiera di personaggi quali Guglielmo d'Ockham, Francis Bacon, Giordano Bruno e Niccolò Copernico, Galileo Galilei e Copernico distrussero completamente la cosmologia aristotelico-tolemaica: distrussero quindi la verità delle sacre scritture.
La verità venne così meno e l'autorità della Chiesa si difese attaccando i promulgatori delle nuove verità. Un problema irrisolvibile come questo nacque nel 1500 e perdura ancora oggi.
Se da un lato era stata minata per sempre la concezione cristiana del mondo, dall'altro si erano poste le fondamenta per la costruzione di una nuova concezione del mondo: quella dello scienziato, convinto che il mondo funzioni nel modo più ragionevole possibile e che quindi possa essere scoperto gradualmente. Una visione che, oggi come oggi, è intrinseca più che mai nella nostra cultura.
Galileo-La Svolta Del Pensiero
Poteri e Scienza: una ricerca
La nostra indagine è partita dal Canto 26 dell’Inferno dantesco al fine di analizzare il rapporto tra potere religioso-politico e scienza. Per quanto riguarda il primo aspetto abbiamo sottolineato come la contrapposizione tra scienza e religione non sia irriducibile e come spesso si vada incontro a falsificazioni storiche. Un caso particolare è rappresentato dalla religione musulmana. Non dobbiamo neppure dimenticare i casi in cui l’opinione scientifica si è scontrata con quella religiosa ricordando anche il celebre discorso tenuto da Benedetto XVI a Ratisbona. A proposito del rapporto tra scienza e fede ci è sembrato interessante un confronto fra due grandi della scienza moderna, Lawrence Krauss e Richard Dawkins. Il dialogo, condotto con rigore e razionalità vuole smascherare alcuni importanti tabù pseudo-scientifici., analizzando anche l’attendibilità di fonti della conoscenza, come la Genesi, venerata per secoli come manuale scientifico. Infine va rivalutata la dimensione culturale della scienza che contribuisce alla democrazia. Galileo è diventato il simbolo della libera ricerca scientifica ostacolata dalle ingerenze del potere politico. Oggi una cultura libera e democratica dovrebbe coltivare un rapporto positivo con la scienza. Infine abbiamo menzionato il ruolo del potere mediatico che “non si cura della verità o del buon gusto ma solo dell’audience; la scienza invece, poiché tende a migliorare le condizioni dell’uomo, è per definizione positiva”(Veronesi).
Poteri e scienza
Poteri e scienza
Tocca a noi ora dire la nostra
Da sempre i rapporti tra scienza, scienziati e cultura politica sono problematici. Nei secoli si è creata una dicotomia tra scienza e religione. Non per questo però tutti gli scienziati sono atei o tutti i religiosi contro la scienza.
Il processo a Galileo è di per sè un unicum in questo campo ed è per noi il punto di partenza per passare ad altri contesti, sarà la chiave di riflessioni successive riguardanti il rapporto tra scienza-politica, scienza-religione, scienza-società nel corso della storia.

Nei prossimi mesi si parlerà tanto di scienza. Il 2009 sarà infatti l'anno mondiale dell'astronomia e anche in questa occasione si parlerà di Galileo che proprio 400 anni fa, nel 1609, puntò per la prima volta al cielo il telescopio. E quel giocattolo olandese diventò così uno strumento potentissimo capace di destare stupore e meraviglia. Ma cosa vide Galileo? Galileo vide le macchie solari, vide le fasi di Venere, i satelliti di Saturno, osservò la superficie della Luna e vide che non era liscia. Queste erano tutte prove indirette del sistema copernicano, ma ancora gli mancava una vera e propria prova del movimento della Terra.
Galileo, che inizialmente era un copernicano silenzioso, spaventato per così dire dalle vicende di quegli anni, nel 1610 pubblicò il Siderius Nuntius. Galileo allora non era più l'astronomo che doveva salvare le apparenze, era il filosofo che sosteneva la teoria copernicana non più solo come "utile finzione". La Bibbia però diceva il contrario e come poteva sbagliare? Il cardinale Bellarmino sosteneva la teoria di Galileo solo come possibile tesi matematica. Ma Galileo intravvedend una possibilità di vittoria, iniziò a scrivere in Italiano affinché tutti potessero capirlo. Aveva appoggi nel mondo ecclesiastico, ma non erano i più forti. Con il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo si mise chiaramente contro il papa Barberini. Pochi mesi dopo fu condannato e alla fine fu costretto ad abiurare.
Perché Galileo ha abiurato e non ha sostenuto fino in fondo la sua tesi? E' forse stato un codardo? Galileo è diventato il simbolo del mito della libertà della ricerca scientifica e dell'ingerenza dell'autorità in essa, ma alla scienza tutto è lecito? E' da considerare sempre martire o in alcuni casi la scienza è colpevole? Sono queste alcune delle domande che sono emerse nell'incontro con il dott. Fabio Toscano, storico della scienza. Possiamo fare del caso Galileo uno spunto per approfondire… tocca a noi ora dire la nostra.
Cecilia Sereni Lucarelli, 17 anni
Il processo a Galileo è di per sè un unicum in questo campo ed è per noi il punto di partenza per passare ad altri contesti, sarà la chiave di riflessioni successive riguardanti il rapporto tra scienza-politica, scienza-religione, scienza-società nel corso della storia.

Nei prossimi mesi si parlerà tanto di scienza. Il 2009 sarà infatti l'anno mondiale dell'astronomia e anche in questa occasione si parlerà di Galileo che proprio 400 anni fa, nel 1609, puntò per la prima volta al cielo il telescopio. E quel giocattolo olandese diventò così uno strumento potentissimo capace di destare stupore e meraviglia. Ma cosa vide Galileo? Galileo vide le macchie solari, vide le fasi di Venere, i satelliti di Saturno, osservò la superficie della Luna e vide che non era liscia. Queste erano tutte prove indirette del sistema copernicano, ma ancora gli mancava una vera e propria prova del movimento della Terra.
Galileo, che inizialmente era un copernicano silenzioso, spaventato per così dire dalle vicende di quegli anni, nel 1610 pubblicò il Siderius Nuntius. Galileo allora non era più l'astronomo che doveva salvare le apparenze, era il filosofo che sosteneva la teoria copernicana non più solo come "utile finzione". La Bibbia però diceva il contrario e come poteva sbagliare? Il cardinale Bellarmino sosteneva la teoria di Galileo solo come possibile tesi matematica. Ma Galileo intravvedend una possibilità di vittoria, iniziò a scrivere in Italiano affinché tutti potessero capirlo. Aveva appoggi nel mondo ecclesiastico, ma non erano i più forti. Con il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo si mise chiaramente contro il papa Barberini. Pochi mesi dopo fu condannato e alla fine fu costretto ad abiurare.
Perché Galileo ha abiurato e non ha sostenuto fino in fondo la sua tesi? E' forse stato un codardo? Galileo è diventato il simbolo del mito della libertà della ricerca scientifica e dell'ingerenza dell'autorità in essa, ma alla scienza tutto è lecito? E' da considerare sempre martire o in alcuni casi la scienza è colpevole? Sono queste alcune delle domande che sono emerse nell'incontro con il dott. Fabio Toscano, storico della scienza. Possiamo fare del caso Galileo uno spunto per approfondire… tocca a noi ora dire la nostra.
Cecilia Sereni Lucarelli, 17 anni
Iscriviti a:
Post (Atom)